Volo a vista

Ecco, non ho niente da mettermi!

staff
3 aprile 2012

Ricerche scientifiche hanno provato che, dopo i lutti e i divorzi, la terza causa di forte stress emotivo per l’essere umano sono i traslochi. Mi sento di dire che al quarto posto si piazzano con onore i cambi dell’armadio, ai quali sopravvivere ha del miracoloso, e che per di più hanno una inesorabile cadenza stagionale.
Per anni, quando vivevo ancora con mamma e papà, l’azione si svolgeva con puntualità ad Aprile e Settembre e mi vedeva protagonista di traversate dalla mia cameretta alla stanza guardaroba con le braccia cariche di abiti, mentre gli accessori, per mia buona sorte, erano raccolti tutti nella mia stanza. Ne uscivo spossata, ma in genere in un weekend era fatta, e io pronta per affrontare con eleganza –  almeno a mio dire – la nuova stagione.
Il primo trasloco, la prima casetta tutta mia, delizioso nido bohèmien nel cuore di Brera, hanno fatto di me – per 6 anni! – una vittima stagionale: l’armadio era così piccolo – ed è allora che i miei vestiti e accessori hanno iniziato a moltiplicarsi senza controllo – che tenevo “una stagione” nella casa di famiglia; il cambio armadi richiedeva l’auto, che abitando io in una via pedonale non arrivava comunque mai sotto casa. Tra andate e ritorni erano così tanti viaggi che quasi passavano sei mesi ed era ora di ricominciare daccapo.
Al secondo trasloco vinco la cabina armadio (anche perché al quarto piano senza ascensore avrei finito i miei giorni al primo cambio di stagione intorno alla seconda rampa): è meraviglioso, devo solo spostare i vestiti dalla parte alta a quella bassa; per le scarpe è un po’ più dura, il soppalco che contiene quelle “non in uso” è fuori dalla camera da letto, ma basta una scala, una giornata di tempo ed energia e il gioco è fatto!
Terzo trasloco. Mi sento ricca, spero di diventarlo ancora di più, si impadronisce di me lo spirito di Carrie Bradshaw e mi faccio COSTRUIRE il guardaroba dei sogni: dedico a vestiti, borse e scarpe lo spazio che chi ha progettato l’appartamento aveva pensato per un bambino o per gli ospiti; considerando che per vestirmi spendo come per mantenere un figlio mi sento felice e coerente. Le mie “creature” sono tutte lì, non faccio nemmeno mettere le porte agli armadi, così con un solo sguardo abbraccio tutti i miei possedimenti e gongolo di fierezza, anche per essere riuscita ad avere la meglio sul cambio di stagione senza nemmeno uscire dalla stessa stanza!
Un anno fa arriva il quarto trasloco, e neppure mi sfiora il pensiero che tra un appartamento e l’altro potrei magare scartare qualcosina di ormai vecchio, che non indosso più da cinque case, che corrisponde a due taglie fa, tanto per rendermi la vita più semplice. Costretta dalla recessione globale in atto prendo una casa un po’ fuori dal centro, un po’ più piccola; la amo come ci metto piede, ma nel cambio perdo il guardaroba dei sogni. Stipo, spingo e costringo la mia collezione da Costume Insitute del Metropolitan – come se fosse una 46 che deve entrare in una 38 – in una pratica armadiatura a muro; mi consolo pensando che essendo i capi disposti orizzontalmente il cambio di stagione sarà una passeggiata di salute – ignoro con determinazione il fatto che le scarpe nel frattempo hanno tracimato dalla scarpiera fin sopra l’armadiatura e dentro un soppalco, un vortice di scatole di portata ciclonica.
Ieri però, bisognosa chissà perché di leggerezza, senza nemmeno che sia in previsione il quinto trasloco, ho detto basta. Come quando si dice basta al fumo o ai gin tonic: ho riempito una valigia di capi che non metterò mai più, colmato fino all’orlo di scarpe due sacchi condominiali della spazzatura, mentre il mio fidanzata rideva –  dice di amarmi anche per questo, tesoro – e sua figlia, che ha la mia stessa misura di scarpe, mi chiedeva al telefono scherzosa, ma mica poi tanto, “Ma pensi di buttarle? Magari si possono tenere da parte nella casa al mare…”.
Ecco, la tragedia di cui improvvisamente mi rendo conto: pur potendo giocare alla piccola redattrice che assembla capetti e accessori per almeno vent’anni – che è da più di vent’anni che vado accumulando materiale – prima o poi si farà di nuovo strada in me, subdola e irresistibile come una droga, la certezza assoluta di non avere NIENTE DA METTERMI! E a questo solo nuovi acquisti potranno porre riparo. Il bello, invece, è che certamente troverò un modo per giustificarli.

Wendy Maxwell

Wendy Maxwell (non) esiste, ma ha un punto di vista ironico su quello che succede, mentre vola prende appunti e trova spunti, su cui riflette e sorride aspettando la fine del mondo che, se anche poi non arriva, si va avanti già allenati. Osserva curiosa Milano – la città dove (non) vive, dove tutto potrebbe succedere, ci raccontiamo che sta succedendo e magari non succederà mai. Sbircia tutti i particolari, nessuno escluso, osservandoli dall’alto con distaccata eleganza.