Arte

Edvard Munch: urla ed avanguardia

Luca Siniscalco
29 settembre 2013

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Edvard Munch Vampire II, 1895 pietra litografica, china, graffito, inciso su legno, 38,7 x 56 cm Ars Longa,
Collezione Vita Brevis © The Munch Museum / The Munch- Ellingsen Group by SIAE 2013

L’arte sorpassa ampiamente l’artista e la consapevolezza della sua opera. Pertanto la celebrazione dei centocinquant’anni della nascita di Edvard Munch, festeggiata trionfalmente in Norvegia, patria dell’artista, diviene in realtà un pretesto per concentrare l’attenzione sulla creazione geniale e senza tempo di un titano della cultura occidentale. In questo senso anche l’Italia contribuisce all’approfondimento della produzione di Munch mediante un’ampia rassegna ospitata presso il Palazzo Ducale di Genova. L’esposizione, aperta al pubblico dal 4 ottobre 2013 sino al 2 marzo 2014, ripercorre con oltre 120 opere le dinamiche sottese alla produzione artistica dell’autore.
A curare la mostra una figura d’eccezione, Marc Restellini, Direttore della Pinacoteca di Parigi e già curatore nel 2010 di una mostra parigina dedicata a Munch. Gli sforzi di Restellini sono diretti a presentare ai visitatori di “Edvard Munch” un profilo a tutto tondo di un artista troppo spesso appiattito su tematiche e linee interpretative limitanti un’adeguata comprensione della totalità della sua opera. Il Munch tratteggiato nell’esposizione rivela infatti un artista rivoluzionario e pienamente avanguardista, un attento conoscitore di trattamenti tecnici ed accorgimenti grafici, uno studioso della cinetica e del dinamismo delle figure, nonché un protagonista dell’arte del suo tempo.
Il confronto con Manet e la sua tematizzazione della corporeità e della sofferenza, il superamento anarchico ed anticonformista delle scuole impressioniste, simboliste e naturaliste, lo sperimentalismo radicato negli strati di colore e nella potenza espressiva si declinano in una rottura con il passato che può essere sintetizzata in un’acuta riflessione formulata da Munch stesso: “La natura è l’opposto dell’arte. Un’opera d’arte proviene direttamente dall’interiorità dell’uomo. …La Natura è il mezzo, non il fine. Se è necessario raggiungere qualcosa cambiando la natura bisogna farlo. …L’arte è il sangue del cuore umano”.

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Edvard Munch Madonna, 1896 litografia, 60,5 x 44,7 cm Ars Longa, Collezione Vita Brevis
© The Munch Museum / The Munch- Ellingsen Group by SIAE 2013

Tale concezione spiritualista ed antirealista della pratica artistica, per molti aspetti simile alla visione di artisti del calibro di Kandinsky e Tzara, sembra alludere a quella prospettiva di astrazione e solipsismo di cui la cultura contemporanea celebra i fasti, rivelando inconsapevolmente anche tutti gli evidenti limiti della medesima direttiva. L’opera di Munch, tuttavia, determina ed insieme si inserisce in tale filone forte di un correttivo simbolico e mitopoietico, rappresentato dalla creazione estetica e dalla trasfigurazione artistica di una realtà spesso intrisa di dolore e insensatezza all’interno di canoni espressivi universalmente riconoscibili.
La mostra genovese espone anche le opere più note dell’artista, quelle collegate alla spinta esistenzialista, al sentimento tragico della vita ed alla poetica del grottesco, ove l’urlo promanante dall’esperienza della sofferenza rivela gli uomini per quel che sono: scheletri di speranze, alieni, creature mostruose. Permane il valore comunicativo del simbolo, rovesciato tuttavia rispetto all’angolazione propria del Simbolismo, in quanto, come afferma lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, in Munch “Il simbolo non è oltre ma dentro la realtà: attacca le radici stesse dell’essere, l’esistenza e l’amore, l’amore diventa ossessione sessuale, la vita morte. (…) la parola deve diventare, o tornare ad essere, urlo. Il colore deve bruciarsi nella sua stessa violenza: non deve significare ma esprimere”.

Luca Siniscalco


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