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Effetto Jolie

Lara Bottelli
26 giugno 2013

Il cancro alla mammella è la seconda neoplasia più frequente nella donna, superata dal 1987 solo dal carcinoma al polmone.

Il cancro alla mammella è considerato anche uno dei più frequenti “tumori familiari” : è infatti stato osservato che in alcune famiglie può presentarsi con una frequenza maggiore, senza tuttavia un modello di trasmissione chiaramente definito. Di norma, i consanguinei hanno un rischio da due a tre volte maggiore rispetto alla popolazione generale e diverse analisi mostrano che la predisposizione ai tumori si trasmette come carattere dominante.

Si stima che il 10-20% dei pazienti con carcinoma mammario abbia un parente di primo o secondo grado affetto da questo tumore. Sono stati individuati due geni predisponenti al cancro alla mammella: il BRCA1 e il BRCA2. E’ però importante sottolineare che solo il 3% delle neolpasie alla mammella sembrano essere causate da queste mutazioni.

La decisione della nota star di holliwood Angelina Jolie di sottoporsi a una doppia mastectomia preventiva ha generato scalpore nell’opinione pubblica. Su questa “onda emotiva” l’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (Aicpe) ha registrato una crescita esponenziale delle richieste di chiarimenti per adenectomia per cancerofobia – vale a dire l’asportazione della ghiandola mammaria per paura del cancro –  e di plastica immediata.

Come già sottolineato però, le neoplasie causate dalla trasmissione famigliare di geni mutati sono una percentuale esigua, di conseguenza i casi che presentano un’indicazione reale per tale intervento sono molti meno di quanto si creda.

Ma in cosa consiste esattamente una mastectomia? E quali sono i risultati estetici al termine dell’intervento?

L’adenectomia o mastectomia sottocutanea consiste nell’asportazione della ghiandola mammaria con la finalità di prevenire la formazione di tumori. “Dal punto di vista tecnico – spiega Giovanni Botti, presidente di Aicpe – consiste in un’incisione attorno all’areola o nella piega sottomammaria, seguita dalla rimozione della ghiandola, che rappresenta la sede più frequente di cancro alla mammella. Una volta asportata la ghiandola è necessario “riempire” la mammella con una protesi”. Da un punto di vista estetico il risultato, che in un primo momento può sembrare buono, dopo qualche mese in genere è piuttosto scadente: “Alla scomparsa del gonfiore postoperatorio, essendo stata asportata la ghiandola, il volume del seno è costituito soltanto dalla protesi, che in genere è posta dietro al muscolo pettorale. Quest’ultimo però normalmente è troppo sottile per coprirla e nasconderla adeguatamente. Il rischio di irregolarità e di visibilità della protesi è frequente e il risultato estetico è spesso discutibile” afferma Botti.  “Sull’onda del caso Jolie, molte donne credono di poter risolvere ogni problema sostituendo la ghiandola con una protesi. In realtà questo tipo di intervento è consigliato solo in casi clinici particolari, in seguito all’indicazione di un oncologo o di un senologo.”

La comunità scientifica resta divisa sulla necessità dell’asportazione del seno e molti ribadiscono l’efficacia degli SCREENING.
Accurati controlli periodici infatti garantiscono la precoce scoperta di una eventuale lesione cancerogena che, seguita da diagnosi e terapia precoce, ha un’ottima prognosi.

Lara Bottelli


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