Postcards

El alma de Cuba

Carla Diamanti
26 febbraio 2015

150226 Cartolina

“Non puoi partire da Santiago senza averla vista!”. Pelle ambrata e sorriso contagioso, Izmar mi guida attraverso i vicoli alle spalle della cattedrale e indica un balcone da cui la musica invade la strada. Il dito è puntato sul primo piano di un edificio del centro, in cui nel 1844 nacque Rafael Pascual Salcedo de las Cueva, maestro di tanti musicisti cubani. Una casa con il destino segnato, dove nel Novecento un appassionato di ritmi tradizionali aprì il Cafetin de Virgilio, diventato ritrovo di suonatori e trobadores. Trovatori, sì, cui si deve il nome attuale di Casa de la Trova. Visto dall’interno, il balcone fa un altro effetto e ci si sente come in una casa privata. Sala rettangolare, pavimento a scacchi bianchi e neri, pareti verdi con le finestre spalancate. Sei musicisti concentrati sugli strumenti sembrano in trance, mentre il cantante strega il pubblico con la sua voce. Il ritmo non concede tregua: dai tavoli si alzano coppie che diventano pedine in movimento sulla scacchiera sotto lo sguardo ammirato di tutti gli altri. Movimenti sensuali, bacini che ondeggiano e occhi che dardeggiano, il tempo corre veloce, l’atmosfera si surriscalda e il balcone diventa la via di fuga per una boccata di ossigeno.

Percussioni, ritmo, melodia sincopata, così Santiago rivendica il ruolo di capitale della musica tradizionale cubana, oltre che di capitale del Caribe e alma negra dell’isola. Negra – nera – per via degli schiavi che vennero portati per lavorare nelle piantagioni di zucchero o che si stabilirono nella zona di Santiago fuggendo da Haïti con un bagaglio di riti africani diventati Santerìa cubana.

Copricapo a turbante e vestito rigorosamente bianco, le santere sono numerose, al centro di Santiago. “Hanno ricevuto l’orisha”, mi informa Izmar. Cioè sono state iniziate, hanno ricevuto dal sacerdote una divinità e in segno di rispetto per un anno intero dovranno indossare soltanto abiti candidi. Parlarne fa più impressione che guardarle muoversi tra la folla. Sono la nota immacolata al centro di un caleidoscopio multicolore, dove le radici africane sono evidenti anche nei volti della gente.

Anche loro ricordano che qui niente è definito, tutto è possibile, suggeriscono che ogni cosa può avere un duplice significato e che persino la musica potrebbe essere un continuo tributo a Changò, signore dei tamburi e delle danze. L’estremo oriente dell’isola è un mondo a parte. L’Avana è lontana.

Carla Diamanti
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