Arte

Emilio Isgrò, la leggerezza della cancellatura

Elisa Monetti
17 luglio 2016

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L’arte deve creare liberazione e leggerezza agli uomini, questo, in semplici quanto chiare parole, il cuore di tutta l’opera di Emilio Isgrò.

Nato in Sicilia, milanese per adozione, l’artista nemmeno trentenne esordisce nel contesto della pop art, del culto dell’immagine riprodotta decine e decine di volte, con opere in assoluta controtendenza. Risalgono infatti al 1964 le sue prime cancellature con cui immediatamente crea un nuovo stile, originale e brillante che all’eccesso sostituisce l’assenza, o meglio la sparizione, che alla quantità preferisce la sottile qualità delle parole, talvolta solo lettere, risparmiate alla decisa selezione.
Emilio Isgrò, in mostra fino al 25 settembre, si racconta in tre differenti sedi che fanno insieme il cuore pulsante dalla cultura milanese: Palazzo Reale, Gallerie d’Italia e Casa del Manzoni, un esempio delle fortune di un buon vicinato.

Il primo e più grande spazio dedicato all’artista è al piano nobile di palazzo Reale. La sezione della mostra qui esposta si ordina per blocchi di lavori.
In apertura una riflessione sull’identità analizzata nella sua evoluzione dal Dichiaro di non essere Emilio Isgrò del 1971 al Dichiaro di essere Emilio Isgrò di una cinquantina di anni più recente.
A seguire la parte dedicata all’evoluzione della cancellatura, ad analizzare il rapporto tra parola e immagine.
La terza parte è dedicata alle lettere estratte che presto diventano macchie quasi pittoriche, gioiello di questa sezione è l’installazione intitolata Chopin dove quindici pianoforti diventano leggii di altrettante opere che, più che mai, raccontano il talento dell’artista che, come un musicista, connette tra loro elementi eterogenei a comporre una più ricca sinfonia.

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Trova poi spazio la sezione dei particolari ingranditi, in merito ai quali Isgrò dice: Una parola cancellata sarà sempre una macchia, ma resta pur sempre una parola. Un particolare smisuratamente ingrandito di Kissinger o di Mao sarà un’immagine cancellata, ma resta pur sempre un’immagine. Ed è sempre in questa logica di attenzione al particolare che Isgrò decide sceglie formiche e api per riflettere sulla cultura mediterranea.

A concludere l’esposizione di Palazzo Reale la trilogia dei censurati, opere dedicata a uomini condizionati e spesso osteggiati dalla storia, tra cui Galileo Galilei, Girolamo Savonarola e Pico della Mirandola.

Gallerie d’Italia ospita nel suo caveau, che per l’occasione diventa sito espositivo, L’occhio di Alessandro Manzoni, opera eccezionalmente suggestiva e perfettamente acclimatata nell’ambiente entro cui è esposta.

Sempre lo scrittore è il protagonista della sezione di Casa del Manzoni dove sono esposte venticinque copie dei Promessi Sposi cancellate.

La scelta di dedicare tanto spazio a uno degli autori cardine della letteratura italiana non è casuale. L’artista la legge in primo luogo come motivo personale, un omaggio a Milano, città che l’ha accolto giovanissimo con la sua arte.

In secondo luogo l’esempio di Manzoni diventa un messaggio universale: lui che aristocratico si fa democratico per comunicare in modo efficace, con questo gesto di servizio diventa un simbolo di quell’unità nazionale che oggi diventa prioritaria in un’ottica sempre più globalizzata.

Perché avremo tanti difetti e ancora più problemi, ma, dice l’artista, tradendo qualche lacrima di commozione: L’Italia è la capacità di amarsi fino alle lacrime pur essendo distanti e diversi.

 

Emilio Isgrò
29 giugno 2016 / 25 settembre 2016

Palazzo Reale | piazza del Duomo, 12 – Milano
Caveau Gallerie d’Italia | piazza della Scala, 6 – Milano
Casa del Manzoni | via Gerolamo Morone, 1 – Milano


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