Interviste

Christophe Josse

staff
23 febbraio 2010


Dopo essere stati invitati alla sfilata “Christophe Josse” durante l’ultima Haute Couture fashion week per la primavera/estate, ci siamo innamorati di entrambi – stilista e brand.
Con il designer perché Monsieur Josse incarna la bellezza della Francia e lo stile nazionale e con il brand perché gli abiti disegnati da Christophe rappresentano fedelmente il suo carattere.
L’intervista con il couturier era fissata per mezzogiorno nel suo studio, situato nel cuore del fashion district parigino – rue Saint Honoré.
Nevicò tutta la mattina, qualcosa a cui eravamo ormai abituati.
Ad aprirci la porta venne la giovane addetta stampa che ci offrì gentilmente del caffè e si intrattenne con noi per una breve chiacchierata mentre Monsieur Josse terminava una riunione con uno dei suoi clienti.
Improvvisamente una porta della stanza accanto si aprì e lo stilista apparì.
Un pullover sulla camicia, jeans e occhi un po’ stanchi – Christophe era uguale a quando l’avevamo visto l’ultima volta due settimane prima in occasione della sua sfilata.
“Scusate per il ritardo, ma il cliente era molto esigente. Cominciamo?”

Dove ha studiato? Ha lavorato presso altre Case di Moda prima di fondare il suo brand?
Ho studiato storia dell’arte per tre anni a Parigi, uan cosa che considero come qualcosa di indispensabile per capire la moda, seguiti da un anno di “stylisme”.
Successivamente, dopo uno stage alla Maison Louis Féraud, cominciai a lavorare da Torrente.

La storia del brand: come le è venuta l’idea di creare una sua Casa di Moda? Quando è nato?
Ho fatto sfilare la mia prima collezione (di Haute Couture, ndr) tre anni e mezzo fa supportato dai giapponesi.
In seguito ci trasferimmo qui, al 231 di rue Saint Honoré, circa due anni fa.

Qual è la caratteristica più identificativa del suo stile?
Probabilmente il desiderio di esasperare la femminilità, di proporre qualcosa di molto luminoso, l’atto di creare qualcosa di esile, di fragile e dalla silhouette davvero sottile.

Quali sono le sue principali fonti d’ispirazione?
Sono veramente tante. La collezione dell’ultima stagione ha preso ispirazione dalle novelle inglesi del XIX secolo, soprattutto di Jane Austin; alcune uscite poi anche dai film, e infine dalla mia memoria personale, che simboleggia la mia percezione del momento, i miei punti di riferimento, la mia interpretazione della vita.
Il prisma della personalità trasforma la realtà, non è una ricostruzione storica, non sto cercando di creare un abito per il teatro o il cinema, prendo invece spunto dall’antichità, dalla storia.

Segue i trends?
Questo è obbligatorio, se li segui sei parte di questo mondo, basta andare in giro, sono dentro di noi, poi è quello che ci si sente, d’accordo col proprio stile, a fare l’individualità di ciascuno.

La sua collezione primavera-estate 2010 di Haute Couture era particolarmente “portabile”.
La novità dell’Alta Moda è che è “portabile”. L’Alta Moda dei volumi oversize è una visione obsoleta.
Un abito sull’ometto, anche se fantastico, ma che nessuno vuole indossare, trovo sia inutile, poco attraente.
Invece offrire un abito di Alta Moda nel quale ogni donna possa immaginarsi, che le piaccia, a me sembra molto più attuale.
Abiti fini a se stessi… sono qualcosa che non serve a nessuno.

Lei presenta due linee (prêt-à-porter e Haute Couture), qual è quella maggiormente distintiva?
Il lavoro su un capo di Haute Couture è principalmente il ricamo – è artigianato, richiede molto tempo e investimenti (il materiale è spesso molto costoso); questo non preclude all’Alta Moda di essere “portabile” ma è tecnicamente difficile da produrre.
Il prêt-à-porter invece richiede minori investimenti e meno tempo; è più “meccanico”, “industriale” per così dire.

La collezione primavera-estate 2010 di Haute Couture è stata un vero successo. Vede nuove prospettive, ad esempio di aprire nuovi punti vendita all’estero?
Indubbiamente sto considerando questa prospettiva. In un futuro più immediato, non voglio limitarmi all’Alta Moda, che rimane estremamente elitaria ed esclusiva; da questo momento bisogna considerare le collezioni di prêt-à-porter, ci sono molte più opportunità, di aprire noi stessi al mondo, alle strade, per essere al passo con i tempi.

I suoi clienti sono principalmente francesi?
Abbiamo una gamma estremamente ampia di clienti francesi, avvocati, banchieri, business women ma abbiamo anche molti consumatori “esotici”, soprattutto dall’area del Golfo, come la principessa dell’Arabia Saudita che ama i miei abiti da sera.

A parte la moda, come passa il suo tempo libero?
Ho una casa a Marrakesh; non è così distante da Parigi. In sole tre ore d’aereo posso ritrovare me stesso in un altro universo, con una differente percezione del tempo, un’altra visione del mondo, popolato da palme, persone diverse, odori diversi, suoni diversi, colori differenti. Evado per un po’.
Trascorro la maggior parte del mio tempo in studio, questo lavoro richiede un investimento del 200% del proprio tempo, altrimenti non è lavorare.

Secondo lei, quali abiti una donna deve avere nell’armadio?
Sono tutti nella mia collezione! (ride)
Voglio dire… una giacca smoking – può essere indossata in un numero infinito di modi, con nulla sotto, o con una camicetta, magari indossato con un paio di jeans per dargli un tocco più contemporaneo. È molto facile da indossare e non va mai fuori moda, è un ottimo investimento.
Poi il bianco… una camicia bianca dà un tocco fresco, può essere abbinata con molte cose; una camicia sopra i jeans (i jeans sono un capo basico nel guardaroba per la donna di oggi). Oppure con i pantaloni larghi sui fianchi della mia collezione per un look rilassato e chic al tempo stesso.

Intervista a cura di Tatiana Stolyarova e Rodion Denisyuk