Fotografia

Enrico Pozzoli e la fotografia “impressionista”

Alberto Pelucco
18 dicembre 2013

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La fotografia incontra l’Impressionismo francese nell’arte di Enrico Pozzoli.

Milanese, classe 1945, Pozzoli comincia la sua attività come foto amatore autodidatta negli anni Sessanta, prima di approdare alla fotografia industriale e pubblicitaria. In seguito si arruola nell’Aeronautica Militare, dove diviene Capo Laboratorio nella sede della Prima Regione Aerea di Milano. In particolare, si occupava di fotogrammetria, attività che consiste nello scattare da un aereo foto di percorsi, in cui ogni fotogramma è sovrapposto a un altro per il 30%, in modo da costruire il più correttamente possibile una visione dall’alto.

Da sempre appassionato di pittura, specie di quella dell’Ottocento/Novecento, Pozzoli conduce un’appassionante ricerca per raggiungere un’espressione nuova nella fotografia.

Lei ha iniziato negli anni Sessanta come foto amatore. Cosa l’ha avvicinata alla fotografia?
Sono quasi nato con la macchina in mano. Io ho iniziato a soli 15 anni ad appassionarmi di fotografia. Mia zia mi regalò una macchina simile a una Rolleiflex. Io fotografai una mia cugina, suora, e dopo, senza girare la pellicola, un gruppo di persone del tutto diverse. Le foto si sovrapposero e l’effetto un po’ misto mi incuriosì. Allora non c’era ancora nessuna rivista fotografica, ho imparato frequentando laboratori e chiedendo in giro. Mi documentavo su piccoli opuscoli che trovavo allegati alle pellicole e che suggerivano come fotografare a seconda delle condizioni meteorologiche e altri fattori. I campi dei nomadi giostrai, commercianti di cavalli e zingari alla periferia di Milano sono stati negli anni ’60 la mia “palestra “ fotografica. La scuola dell’Aeronautica Militare mi ha fornito ulteriori conoscenze tecniche e pratiche.

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Potrebbe illustrarci la sua tecnica fotografica?
Ho abbandonato la fotografia classica circa vent’anni fa. Sentivo di non riuscire più a tradurre le mie emozioni in immagini. Da un punto di vista della ricerca, della tecnica artistica, quello che si poteva fare era già stato fatto con Ansel Adams ed Edward Weston.
Cercavo degli stimoli nuovi e, di conseguenza, un linguaggio nuovo per esprimerli. Decisi di mettere a frutto le mie conoscenze sull’ottica degli obiettivi e di modificarla a mio beneficio. Ho creato dei miei obiettivi per adattarli secondo le mie necessità espressive. Oggi molti ricorrono a Photoshop, ma io penso che questo sia un mezzo limitante la vera creatività.
La mia è una ricerca che sfrutta a fondo tutte le sfaccettature dell’espressione nella composizione, attimi irripetibili, luce, grafica e poesia. In questo modo, la riproduzione è ben lontana dall’essere asettica. Le immagini sono tutte istantanee nello scatto, ma intuite e accuratamente scelte in precedenza. Decido io di quale obiettivo avvalermi, per creare l’effetto che dia un senso appropriato a ciò che vedo e di cui prevedo il risultato.
L’immagine dev’essere accattivante, bisogna capire che si tratta di un uccello e non di un mucchio di stracci o foglie. Qui entra in scena la mente, che studia l’immagine ed elabora delle associazioni, in modo non solo da identificare quello che vede nella sua natura, ma anche da capire quando e come ciò è stato immortalato. Cerco di far vivere in toto il contesto dello scatto.
Solo così ottengo qualcosa che mi piace, di rilevante sul piano grafico, di irripetibile, ma che riesca a rivelare disegni nascosti o addirittura a sovvertire la veduta “naturale” e dare spazio alla fantasia e alle emozioni. In questa esposizione si tratta di una lettura, tramite la fotografia, di ciò che non percepiamo in un battito d’ali.

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È per questo motivo che Lei si è costruito una particolare strumentazione ottica? In che cosa consiste?
Sappiamo che quasi tutti gli obiettivi sono dotati di lenti per correggere le aberrazioni dovute alla luminosità. Io smonto gli obiettivi, in modo che l’incidenza della luce non sia ostacolata. Non dimentichiamo che la fotografia è “scrittura con la luce”. In tal modo, si crea nelle foto un’atmosfera onirica, fuori dal tempo e dallo spazio.
Questa strumentazione è perfetta per ottenere foto istantanee, che non presuppongano delle luci artificiali. Una fotografia con una luminosità perfetta e una leggibilità ben definita non mi trasmette le stesse emozioni, non mi spinge a interpretarla.

Lei ha definito la sua fotografia una “terra di mezzo” tra la fotografia propriamente detta e la pittura. In che misura quest’ultima l’ha influenzata?
Quando lavoro, cerco di immedesimarmi a fondo in quello che sto fotografando, sia esso il volo degli uccelli o il movimento del vento. Io amo lavorare in tutte le condizioni meteorologiche, perché posso studiare innumerevoli effetti cromatici e grafici e anche perché posso commentare e interpretare i miei scatti. Questo è quello che facevano anche gli Impressionisti, quando dipingevano “en plein air”, all’aria aperta, e anche essi cercavano di provocare delle sensazioni in sé e negli osservatori.
Infatti, “che impressione!” fu il commento dei critici alla prima mostra impressionista nel 1874, allestita non a caso nello studio del fotografo Felix Nadar. Da qui si originò il nome del movimento.
Quando Cézanne riprodusse “La montagna Sainte-Victoire” nel 1905 mostrò la montagna allungata, per tradurre in linguaggio pittorico le sue emozioni.
Ma teniamo presente che su luce e movimento si concentrarono anche i Futuristi. In molte mie fotografie si sente e si legge l’influenza dell’arte visiva.

Alberto Pelucco

“Oltre la percezione” di Enrico Pozzoli
Dal 29 novembre al 23 dicembre 2013
Galleria d’Arte Mainetti, via dell’Unione, 3 Milano
Orari:
lunedì – venerdì ore 10,00 – 18,00;
sabato 10,00 – 12,30 e 15,00 – 18,00
Info:
Mail: mainettiarte@gmail.com
Tel: 02 862797

Ingresso libero

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Photo credits: Enrico Pozzoli


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