Letteratura

Eroine nere e crudeltà in rosa. Intervista a Stefania Bonura

staff
8 maggio 2011


Maghe, streghe, regine intriganti, fanatiche dei veleni, efferate criminali, killer con la pistola, vedove per vocazione, contesse annoiate, kapò naziste, donne mafiose, infermiere assassine e genitrici nevrotiche. L’elenco è lungo e potrebbe andare avanti.
Il lato oscuro della personalità femminile è un tema affascinante e attualissimo, che ci divide tra attrazione e repulsione. Lo ha voluto affrontare, con passione e accuratezza storica – ma anche con la giusta dose di leggerezza- Stefania Bonura stilando un vero e proprio catalogo di ritratti delle perfide nei secoli.
Dal 22 aprile la fortunata collana “101” di Newton&Compton si è arricchita di un nuovo titolo: “Le 101 donne più malvagie della storia” è una brillante rassegna di cattiveria al femminile che dalla biblica Lilith al ministro inglese Margaret Tatcher, dalla storica Cleopatra a Crudelia De Mon, segue il fil rouge della crudeltà in rosa.
In apertura, l’acuta riflessione dell’autrice si focalizza sull’effettivo grado di responsabilità di alcune delle sue eroine. Compito difficile e insidioso, quello di scindere le colpe reali dalla demonizzazione dell’opinione pubblica nei confronti di donne in cerca di autoaffermazione e libertà. Ma l’autrice con equilibrio e misura riesce a destreggiarsi nell’impresa, parlando ad esempio del caso di Madeleine Smith: giudicata innocente nel 1857 per l’avvelenamento del suo amante Emile L’Angelier, venne invece condannata per le sue lettere scabrose, portate in giudizio come schiacciante prova di colpevolezza.
Crudeli, diaboliche, violente, ribelli; la parola all’autrice.

 

Virginia: Parlando della scelta dell’argomento, come mai si è voluta soffermare proprio sul “lato oscuro” delle donne?
Stefania: A sollecitarmi è stato in primo luogo un interesse letterario. Non è un caso se la maggior parte delle donne che fanno parte di questo elenco nero hanno ispirato già tanta letteratura. Daniel Defoe, nei panni di un fantomatico capitano Johnson, descrisse la vita e le avventure delle due terribili piratesse Mary Read e Ann Bonny; Dino Buzzati scrisse diversi articoli sull’allora “Nuovo Corriere della Sera” dedicati a Caterina Fort e al cosiddetto massacro di San Gregorio; Arthur Miller scrisse “Il crogiolo” traendo spunto dai processi per stregoneria di Salem; Dickens costruì un personaggio della sua “Casa desolata” ispirandosi all’assassina Marie Manning; Dumas creò Milady a immagine e somiglianza di Lucy Percy, etc.
Insomma lo stimolo era grande. Ma c’era anche la voglia di restituire alle donne tutte le loro sfumature, dalle più luminose alle più tenebrose, allontanandomi dai luoghi comuni che ci costringono ancora oggi a oscillare tra santità e perversione, senza mezzi termini.

 

V: 101 ritratti al femminile sono parecchi. Quale è stato il suo metodo di lavoro? Come ha scelto queste eroine nere? Come ha trattato le fonti?
S: In effetti non è stato semplice. Mi sono avvalsa per lo più di studi storici, nonché delle innumerevoli biografie che circolano su molte di queste protagoniste. In alcuni casi, soprattutto per i personaggi dell’antichità, sono risalita alle fonti, come Procopio per Teodora di Bisanzio, o Giuseppe Flavio per Erodiade. Poi ho consultato raccolte enciclopediche del crimine, molti articoli di cronaca e in taluni casi sentenze e perizie psichiatriche. Non sono andata a spulciare gli archivi, sarebbe stato un lavoro immane e inutile per gli intenti del libro. Non intendevo, infatti, raggiungere una verità su queste donne, mi è bastato documentarmi grazie alle ricerche di valenti studiosi per poter tracciare profili inquietanti e affascinanti. Sono andata alla ricerca soprattutto di donne determinate, consapevoli delle loro azioni, ciniche e ambiziose che pur di raggiungere i loro obiettivi si sono spinte al di là del lecito, o talvolta di quello che era considerato lecito per una donna.

 

V: Le donne di cui narra sono molto diverse tra loro; lei le ha divise in tre grandi gruppi.
S: Sì. Il volume è diviso in tre parti. La prima è dedicata alle “donne e potere” e include tutte coloro che hanno tramato e intrigato, e ucciso anche, per riuscire a impugnare uno scettro, nonché le donne che si sono imposte con il pugno di ferro mostrandosi insensibili ad antagonisti e nemici, o che hanno coltivato mire personali lontane dagli interessi del paese che governavano. La seconda è dedicata alle “donne e crimine”: assassine, mafiose, gangster, serial killer e anche piratesse. Infine la terza è dedicata a “donne e fiction”: dalla letteratura al cinema, al fumetto, ho cercato di fornire un panorama variegato della cattiveria femminile nell’immaginario collettivo.

 

V: In questo catalogo di perfidie e ambizioni temo sia difficile eleggere la donna più malvagia in assoluto. Quali sono state, allora, le tre figure femminili che l’hanno maggiormente affascinata?
S: Della prima parte, senza dubbio ho subito il fascino di Teodora di Bisanzio, un’attrice di mimo, definita “femmina da postribolo”, una donna del popolo insomma, che finisce per essere incoronata imperatrice di Bisanzio, circondandosi di uno sfarzo per cui sembrava esser nata e reggendo le sorti di un regno con più tenacia del marito Giustiniano.
Tra le criminali, il personaggio che ha suscitato il mio grande interesse è Elisabetta Bathory, una nobildonna ungherese potentissima e ricchissima che fu accusata di aver torturato e seviziato centinaia di fanciulle e che più tardi venne rappresentata come una vampira o come “la contessa dracula” per via delle leggende che circolavano in quell’area dell’Europa. In verità molti sono i dubbi sulla sua reale colpevolezza e quello che è certo è che era pericolosissima per gli asburgici, né era malleabile per chi nutriva velleità sulle sue immense proprietà che lei amministrava meglio di un uomo.
Tra le donne che sono il frutto della fantasia di scrittori e sceneggiatori, la mia simpatia va ad Abby e Martha Brewster, le due dolci e simpatiche vecchiette di “Arsenico e vecchi merletti” -la pellicola cinematografica di Frank Capra, tratta dall’omonima pièce teatrale di Joseph Kesselring- che amano spedire all’altro mondo solitari avventori con delicatezza e candore, come fosse un innocuo passatempo.

 

V: C’è una donna in particolare che avrebbe voluto inserire tra le 101 ma di cui -per un motivo o per l’altro- non ha potuto raccontare?
S: Ce ne sono state diverse che ho dovuto escludere. Del resto centouno sono tante ma l’elenco delle malvagie, o almeno considerate tali, e non sempre a buon diritto, dalla storia e dalla società, è molto più lungo. Avrei voluto inserire Vanna Marchi o mamma Ebe, o alcune avvelenatrici, e il motivo per cui non l’ho fatto è che sono stata maggiormente attratta da quelle che infine ho deciso di inserire. C’erano infatti nomi che non potevo trascurare e storie scioccanti e inquietanti che ho ritenuto di maggiore interesse.

 

Intervista curata da Virginia Grassi

“Le 101 donne più malvagie della storia” di Stefania Bonura, Newton & Compton editori, pp. 432


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