Fashion

Faccio pesci o gioielli? Intervista a Ginevra Dondina di SegniDiGi.

Carlotta Molteni
21 settembre 2015

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All’interno del laboratorio, dove Ginevra plasma le proprie idee, i gioielli firmati SegniDiGi sono esposti su banchi essenziali, proprio accanto a quelli su cui è data forma e colore all’ispirazione, spontanea e rigogliosa, in un ambiente silenzioso; null’altro si frappone fra le clienti e le gioie, pronte a fondersi con la pelle, quasi a simulare un tatuaggio, e con la personalità, con il carattere di coloro che le indosseranno.

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Cosa ti ha portata ad espandere indipendentemente la tua attività di designer di gioielli e sperimentare con un brand tutto tuo?
Il bisogno di potere dare forma a quello che nella testa aveva già una sua forma, dopo aver lavorato per altri, ad un certo punto è stato talmente forte che mi sono “buttata”.

Come l’ambiente, il contesto in cui vivi influenza il processo creativo che porta alla ideazione di una collezione?
In modo totale e in nessuno a dire la verità. Tutto quello che vivo mi si appiccica addosso, senza rendermene conto, dentro matura finché non è pronto per venire alla luce, concreto, tangibile. Anche io mi stupisco e cerco di capire da dove è saltato fuori e perché, ma lui è già li e mi guarda e io non posso che accoglierlo e dargli vita.

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Chi è “la donna” che indossa le tue creazioni? Hai una musa a cui ti ispiri?
Quello che faccio, per me, non è un oggetto ma un linguaggio. Io non vedo i gioielli come un accessorio ma come qualcosa di estremamente intimo, personale. Quindi, anche se pare strano, per me non hanno un valore estetico e non sono indirizzati ad un genere, ad una donna in particolare. Chiunque ne colga il messaggio, chiunque renda, indossandolo, ancora più vivo il mio gioiello, è “la musa a cui mi ispiro”.

Puoi descrivere un sentimento che desideri venga provato indossando le tue gioie?
Vorrei poterlo fare ma non lo so, sono sincera. Posso però parlare dei sentimenti che provo io, fortissimi, coinvolgenti: mi emoziono quando inizio a vedere concretizzarsi qualcosa che prima era solo un’idea e curo tutto come fosse qualcosa di vero, animato. Per me diventano come degli “amici” e sì, ecco, vorrei potessero esserlo anche per chi poi li indossa.

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Come ed in quale misura i materiali che utilizzi influenzano e sconfinano nel processo di elaborazione di una collezione?
Moltissimo, da sempre utilizzo l’oro, che rende preziosi i miei minuscoli gioielli. Adesso però, sto iniziando ad avvicinarmi e aprirmi ad altri materiali quali la resina, il plexiglass e anche nuove tecniche di lavorazione, passando da quella orafa artigianale alla stampa 3D. La sperimentazione è forse il motore che mi fa andare avanti, esplorando spazi sconosciuti e facendoli miei.
Ad esempio, la mia ultima collezione si chiama “MARE DI PESCE”. I pesci sono diventati una specie di firma, tutto è partito da un ciondolo chiamato “pesce cacca” (sì, un nome buffo, ma anche lui ha una sua storia) e da quel momento si sono moltiplicati e ogni volta attraverso di loro mi viene naturale inventare storie. Sono anche i protagonisti di un libricino a forma di pesce che ho fatto in occasione della presentazione della collezione in collaborazione con Costanza Matranga, amica e illustratrice. Forse alla domanda cosa fai? potrei iniziare a rispondere pesci, anziché gioielli.

Quali sono gli elementi che ritieni indispensabili per avviare un’attività propria nel mondo della moda?
Devo essere sincera, io non mi sento parte del mondo della moda, forse sbaglio ma è così.
Come già ho cercato di spiegare, fare gioielli è stato il modo di rendere reale e concreto il mondo che ho in testa. Quando ho iniziato non avevo idea di tutte le cose annesse e connesse alla creazione di un marchio, ma pian piano ho iniziato a capire come fare.
Adesso, ad esempio, mi trovo a lasciare lo studio/showroom in cui sto da due anni e dovrò imparare un nuovo modo per portare avanti la mia attività. Non si smette mai di imparare, frase fatta ma grande verità.

oo

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