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Fari bretoni, irresistibili sentinelle del mare

Carla Diamanti
14 settembre 2017

Il primo fu Stiff, oltre quattro secoli fa, quando Luigi XIV chiese al suo ingegnere militare Vauban di rafforzare le frontiere del regno. Dagli sfarzi della corte, questi si spinse oltre le propaggini occidentali della Bretagna dove decise di costruire una fortificazione che potesse vigilare sulle acque e aiutare le imbarcazioni a non perdere la rotta. Poco distante dalla costa, sull’isola di Ouessant, ancora oggi un luogo magico e isolato dal mondo, sorsero due torrette con una luce alimentata a carbone. Era il primo faro bretone, oggi sostituito da quello di Créac’h sulla stessa isola.

Poco tempo dopo arrivò il secondo, nel punto in cui la Bretagna sfiora la Normandia, a Cap Fréhel. Fra le due vedette che rischiaravano le lunghe notti invernali cominciarono piano piano a spuntare altre torri di segnalazione in luoghi sempre più isolati e difficili da raggiungere. Il tempo trascorreva portando nuove tecnologie e anche una rivoluzione nel sistema di illuminazione. Così nel XIX secolo il fremito scientifico che pervadeva la Francia portò anche a un sistema di riflessione della luce che ne aumentava la potenza e che permetteva ai fari di diventare sempre più importanti per la navigazione.

Per conoscere la storia delle sentinelle del mare bisogna tornare all’inizio, su quell’isola di Ouessant da cui tutto è cominciato. Spazzata dal vento, è avvolta da un fascino difficile da raccontare. Fatto di infinito e di mistero, di sfida e di coraggio. I cimeli e le testimonianze raccolti nel Musée des Phares et des Balises, uno dei pochi del genere, raccontano della caparbietà dell’uomo e della forza della natura, dell’impegno e della gratitudine. Perché anche se in burrasca e se difficile da controllare, da queste parti il mare è vita. Ci si arriva da Brest, l’orgoglioso capoluogo bretone da cui sono partite le conquiste marittime francesi. Il suo faro, come quello di Ouessant, è una delle tappe dell’antica Route des Phares et des Balises, che segue la costa bretone toccando le sue vedette luminose.  Lungo la passeggiata che mi porta verso la rada e la punta di Crozon, scopro il faro di Eckmülh, voluto dalla marchesa di Bocqueville in onore di suo padre, il principe da cui il faro prende il nome. Battuto dal vento e dalle mareggiate, il tratto di costa che si apre in direzione opposta si snoda attraverso la storia della navigazione e della salvezza. Scogliere selvagge e spettacolari, paesaggi mozzafiato.

Spengo il motore, scendo dall’auto, mi lascio colpire dal vento, respiro a pieni polmoni, mi sento sospesa fuori dal tempo. Poi riparto, diretta verso il prossimo porticciolo di pescatori con le case aggrappate al cilindro bianco, i banchi di pesce appena pescato, le taverne che servono sidro. A pochi chilometri dall’Armor, la “terra del mare”, troverò l’Argoat, la “terra dei boschi” e le scogliere mi sembreranno lontanissime. La Bretagna è bifronte, è duale. È fatta di due mondi diversi, complementari e paralleli che convivono da sempre senza incontrarsi mai.


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