Fotografia

Fotografia francese del Novecento

Alberto Pelucco
22 luglio 2015

Sembra ieri quando Nadar scattava le prime vedute di Parigi a bordo di un pallone aerostatico. Eppure da quel 1858 la fotografia ne ha fatta di strada, come rivela la mostra “La fotografia francese del Novecento” che fino al 27 settembre, presso gli Spazi espositivi del Palazzo della Provincia di Pordenone, offre una retrospettiva della storia dell’obiettivo.

 

Man Ray (Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976) Meret Oppenheim, 1933 (Fratelli Alinari, Firenze) Stampa alla gelatina bromuro d'argento / Tirage au gélatino-bromure d'argent 29,2x21,1cm © Man Ray, by SIAE 2015

Man Ray
(Filadelfia, 1890 – Parigi, 1976)
Meret Oppenheim, 1933
(Fratelli Alinari, Firenze)
Stampa alla gelatina bromuro d’argento / Tirage au gélatino-bromure d’argent 29,2×21,1cm
© Man Ray, by SIAE 2015

A cominciare dal Surrealismo, l’avanguardia sviluppatasi nei primi anni Venti del ‘900, che rivelò per prima le potenzialità della nuova tecnologia. Se i Surrealisti si proponevano di esprimere, con le parole, la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero senza controllo razionale, estetico e morale, il primo a tradurlo in campo fotografico fu Man Ray (1890-1976). Celeberrimo il ritratto all’artista – e sua amante – Meret Oppenheim, parte della serie “Erotique voilée” (1933), con la ragazza che, nuda dietro la ruota di una stampante, leva languidamente il braccio sinistro, macchiato di inchiostro, alla fronte. In contrasto con l’impurità della mano e del braccio, il gesto mantiene un’ambiguità tra il rifiuto di critiche e un’orgogliosa esibizione delle macchie. Gli occhi sono bassi, metà del volto è coperta dall’ombra del braccio, mentre la regione pubica è oscurata da un manico di legno palesemente fallico, che sporge dalla ruota della stampante.

Surrealista fu anche Eugene Atget (1857-1927), che immortalò cinquant’anni di cambiamenti, umani ed architettonici di una Parigi in costante evoluzione, attraverso lo sguardo attento di chi fotografa in mezzo alla gente. I suoi soggetti preferiti erano ritratti, paesaggi, monumenti e vedute urbane di vecchie case, chiese, strade, cortili, porte, scale, caminetti e altri motivi decorativi. Surrealista fu poi Florence Henri, autore di un linguaggio dove elementi geometrici, specchi o speciali accorgimenti nella ripresa rendono enigmatiche le immagini, plastiche nella loro complessità spaziale.

 

Florence Henri (New York, 1893 – Laboissière-en-Thelle, 1982)  Composizione (Donna con giacinti), 1930 Composition (Femme aux jacinthes) 1930  Stampa alla gelatina ai sali d'argento del 1977 / Tirage argentique du 1977; 28,9x39,5cm (Collezione Mario Trevisan, Venezia) Florence Henri © Galleria Martini-Ronchetti, Genova

Florence Henri
(New York, 1893 – Laboissière-en-Thelle, 1982)
Composizione (Donna con giacinti), 1930
Composition (Femme aux jacinthes) 1930
Stampa alla gelatina ai sali d’argento del 1977 / Tirage argentique du 1977; 28,9×39,5cm
(Collezione Mario Trevisan, Venezia)
Florence Henri © Galleria Martini-Ronchetti, Genova

Nel 1945 termina la seconda guerra mondiale, che ispirò una nuova generazione di fotografi, detti fotogiornalisti, tra cui spiccavano Henri Cartier Bresson e Robert Capa. Protagonista assoluto della comunicazione fino agli anni Sessanta, il fotogiornalismo nacque negli anni Venti, favorito dalla diffusione di attrezzature molto più agevoli e pratiche, che permisero un diverso approccio al soggetto con nuove prospettive e nuovi angoli visuali. I fotoreporter non si accontentavano più di fotografare solo gli effetti delle battaglie, ma erano in prima linea al fianco dei soldati. Così, pur inventata nella prima guerra mondiale per finalità belliche, la fotocamera, più che aiutare le spie, si rivelò determinante nell’affermazione del fotogiornalismo in Europa e negli Stati Uniti, grazie anche alle grandi riviste illustrate, come Berliner Illustrierte Zeitung, Münchener Illustrierte Presse (Germania), Vu e Regards (Francia), Picture Post (Inghilterra) e Life (Stati Uniti). Capa e Cartier Bresson erano in “quella mezza dozzina di fotografi viventi impegnati seriamente a raccontare con l’obiettivo tutta la verità correttamente messa a fuoco” (Time, 1938). Le loro foto entravano nelle case di gente normale lontana chilometri e chilometri dal fronte e stupivano, meravigliavano, informavano.

 

Janine Niépce  (Meudon, 1921 – Parigi, 2007)  Ragazza con la bandiera, 1968  La jeune fille au drapeau,  1968  Stampa alla gelatina ai sali d'argento / Tirage argentique;17,71x24,75cm (Archivio Prima Luce della Scuola di Fot. Nella Natura, Roma)

Janine Niépce
(Meudon, 1921 – Parigi, 2007)
Ragazza con la bandiera, 1968
La jeune fille au drapeau, 1968
Stampa alla gelatina ai sali d’argento / Tirage argentique;17,71×24,75cm
(Archivio Prima Luce della Scuola di Fot. Nella Natura, Roma)

Del gruppo faceva parte Janine Niépce, che dal 1946 registrò i cambiamenti nella cultura francese (la prima televisione nel 1963; l’ascesa di trasporto rapido) e il contrasto tra la vita in campagna, nelle città, e nella capitale. Dal 1963 lavorò in tutto il mondo, tra cui Giappone, Cambogia, India, Stati Uniti, Canada, per concentrarsi poi, a partire dal 1970, sul movimento di emancipazione femminile e sulle lotte per la libertà di contraccezione, l’aborto e l’uguaglianza dei salari.

 

Lucien Clergue (Arles, 1934 - 2014) Picasso sulla spiaggia, Cannes 1965  Picasso à la plage, Cannes 1965 Stampa alla gelatina ai sali d'argento / Tirage argentique; 34,5 x 28 cm. (Galleria Civica di Modena) ©Atelier Lucien Clergue 2015

Lucien Clergue
(Arles, 1934 – 2014)
Picasso sulla spiaggia, Cannes 1965
Picasso à la plage, Cannes 1965
Stampa alla gelatina ai sali d’argento / Tirage argentique; 34,5 x 28 cm.
(Galleria Civica di Modena)
©Atelier Lucien Clergue 2015

Altra sezione significativa è quella dei “fotografi artisti”, dedicata ai maestri che si batterono perché i loro paesi riconoscessero la fotografia come arte. Uno di essi è indubbiamente Lucien Clergue, che per cinquant’anni fotografò i paesaggi mediterranei dell’amata Camargue e nudi di donna, i cui corpi scultorei, con il volto sempre fuori dall’obiettivo, si confondono con la sabbia, i sassi delle spiagge, la spuma del mare. Sue furono anche le prime immagini della corrida tanto apprezzate da Picasso, di cui Clergue realizzò nel 1956 il celebre scatto in bianco e nero con la sigaretta.

 

John Batho (Normandia, 1939) Colore e movimento, 1980 Couleur et mouvement, 1980 Stampa / Tirage Fujicolor Type 02;  62,8x60,00 cm (Fratelli Alinari, Firenze)

John Batho
(Normandia, 1939)
Colore e movimento, 1980
Couleur et mouvement, 1980
Stampa / Tirage Fujicolor Type 02; 62,8×60,00 cm
(Fratelli Alinari, Firenze)

Un sezione a parte merita il Contre-jour (in francese “contro la luce del giorno”), tecnica che prevede di scattare con la macchina puntata contro una fonte di luce, contravvenendo alle regole canoniche. Così è possibile retro-illuminare i soggetti, causando un forte contrasto tra i chiari e gli scuri e delineando dei profili che enfatizzano le linee e le forme. È il caso di John Batho, classe 1939, che iniziò a fotografare nei primi anni 1960 con pellicole a colori, allora pratica rara. Le fotografie di Batho emanano una luce morbida, un affinamento di colori e trame; sviluppano una ricerca teorica ed estetica del movimento in linea con i fondamenti della fotografia.

Eric Rondepierre (Orléans, 1950)  Soglia. Dalla serie Parties Communes,  2005- 2007  Seuil. De la serie Parties Communes,  2005- 2007  Stampa digitale su dibond/ Tirage numérique sur dibond; 50 x 67 cm. (Paci Contemporary, Brescia)

Eric Rondepierre
(Orléans, 1950)
Soglia. Dalla serie Parties Communes, 2005- 2007
Seuil. De la serie Parties Communes, 2005- 2007
Stampa digitale su dibond/ Tirage numérique sur dibond; 50 x 67 cm.
(Paci Contemporary, Brescia)

La mostra termina con la sezione dei “fotografi contemporanei”, come Eric Rondepierre, che dagli anni Novanta basa il proprio lavoro sul recupero di filmati d’epoca. Egli seleziona e preleva frame di film, alterate e corrose dal tempo o dalle cattive condizioni di conservazione, li ingrandisce e li trasforma in fotografie, dove però rimane visibile la grana stessa della materia-film. Il nostro artista salva questi frammenti dall’oblio e dona loro un altro corpo. I suoi lavori, dunque, non sono altro che fotogrammi cinematografici fissati in immagine, dove la fissità fotografica non si trasforma in un’immobilità temporale, ma guida la fantasia verso altre storie.

 

“La Fotografia Francese del Novecento”
Spazi Espositivi della Provincia, Corso Giuseppe Garibaldi 8, Pordenone
24 luglio – 27 settembre 2015
Orari: dal martedì al venerdì 15.00 – 19.00; sabato e domenica 10.00 – 19.00
Informazioni:
Web: www.craf-fvg.it
E-mail: segreteria@craf-fvg.it
Telefono: 0434 2311
Ingresso Libero

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