Fashion

Franco Zanellato racconta la sua Postina

Emanuela Beretta
16 maggio 2016

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Sin da bambino le borse sono state la sua grande passione, da qui nasce l’idea, un sogno che Franco Zanellato trasforma in una realtà di successo: la Postina.
Il padre, proprietario di un guantificio, lo porta ad approfondire la conoscenza dei pellami, la nonna lo sprona a creare qualche cosa di unico; questo il percorso che spinge l’imprenditore veneto a realizzare, in soli 5 anni, un business esclusivo che oggi vale 12 milioni di euro. Di recente ha aperto nel quadrilatero della moda di Milano, in via Bagutta, il suo primo flagship store.
Un caso che in un momento di recessione vale la pena di esplorare e approfondire.

Come e da che cosa nasce l’idea di Postina?
Ho sempre avuto una passione innata per le borse, sin da bambino: nei mercatini raccoglievo le borse più particolari, le studiavo, me ne innamoravo. Non erano borse di valore o preziose, ma ero particolarmente affascinato da quelle che appartenevano ai mestieri. Si può dire dunque che Postina nasca da un desiderio che ho cullato fin dall’infanzia, nonostante abbia preso forma solo 5 anni fa. Ho sempre voluto e ho sempre pensato di voler costruire una borsa iconica, una borsa da custodire, mai da possedere.

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Suo padre era guantaio, perché ha scelto le borse come suo mercato?
Sono cresciuto in una bottega di pelletteria vicentina. Inizialmente realizzavamo guanti, poi mio padre è passato anche alle cinture, alle borse, all’abbigliamento: il total look a partire dagli accessori. Quando è andato in pensione è stato per me naturale dare continuità all’impresa di famiglia, era nel mio DNA. Ho iniziato nel 1999 producendo una  linea di complementi uomo – borse da viaggio e cartelle da lavoro – che ho presentato a Pitti con successo. Dopo dieci anni ho deciso di cambiare  rotta e seguire quella che è sempre stata la mia recondita passione e ho scommesso su un’unica borsa da donna.

Come è diventata una borsa simbolo?
È stata come una magia, a volte quasi non ci credo!
Rileggendo quelli che io chiamo “i libri delle mie memorie” –  io prendo appunti sempre, scrivo tutto! – ho rintracciato la genesi di quel sogno che è diventata poi idea, progetto e una realizzazione concreta.
Volevo creare una borsa che andasse oltre il tempo e le mode, che avesse un contenuto ed una personalità  forte senza ostentare un brand. La volevo totalmente Made in Italy, capace di raccontare una storia, la nostra storia, la nostra cultura del bello, i nostri valori. Per questo la mia ispirazione è partita dalla borsa del postino.

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È stata un’ispirazione dunque, non un attento studio di marketing?
Direi una via di mezzo. Da una parte ho studiato a lungo i fenomeni Smart e Swatch, perché sono marchi che sono stati capaci di colpire i consumatori e sfondare in un mercato affollatissimo. Dall’altra invece mi sono fatto guidare dal mio istinto e dalla mia esperienza. Ho sempre girato il mondo con mio padre, andavo nei negozi, nelle aziende, nei laboratori artigianali, chiedevo agli addetti ai lavori e mi informavo tra i clienti. Una sorta di marketing sul campo.
Del resto, io mi sono fatto da solo, avevo una idea precisa, “creare qualche cosa di unico”, seguendo il consiglio di nonna Blandina, così mi sono dedicato notte e giorno alla realizzazione di questo progetto: mi sono informato, documentato, ho pensato a come tutelarla, come brevettarla prima ancora di produrla. Questo è fondamentale, perché quella borsa la conosciamo tutti, appartiene alla nostra storia e a quella delle Poste Italiane. Io sono partito da quei valori, li ho modificati, per renderla diversa e soprattutto desiderabile.  Così la Postina è nata il 21 giugno 2011, giorno in cui ricevetti il timbro filatelico da Poste Italiane, la cui esatta riproduzione oggi adorna ognuna delle mie borse. Un simbolo di pura italianità.

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Quali sono le donne delle sue borse?
Beh, direi, ad ognuna la sua. L’accessorio oggi è diventato  più importante dell’abbigliamento e fa la differenza: sono partito da quell’immaginario in cui la donna prima sceglie la borsa, poi il resto. Ognuno dei miei modelli, sia Postina che Nina, nascono da questa idea di base sulla quale mi sono concentrato. Per questo  motivo quando le ho studiate ho lavorato molto a livello pratico: riempivo i prototipi, li rovesciavo, li portavo in giro con me… tutto per testarne lo sbilanciamento, la vestibilità, proprio come un sarto guarda come cade una giacca. La donna che sceglie le mie borse lo fa anche e soprattutto in base al gesto.
Postina è una borsa funzionale, pratica, molto giorno; è “a piombo”, perché sostanzialmente con il peso si restringe, è morbida e duttile, nulla fuoriesce e con una sola mano controlliamo il contenuto. Nina, la mi seconda creazione, è una bag-a-porter, carica di stile, femminile, originale, che vuole essere certamente più impegnativa, ma sempre partendo da quel  gesto avvolgente che è la sua anima.

Oggi che cosa la rende più fiero?
A volte stento a credere dove sono arrivato. Poi penso ai 60 mila pezzi che produco grazie ai miei fidati artigiani, ai miei conciatori, i pellettieri e mi rendo conto che  oggi vivo la realtà di una storia pazzesca. Osservare che le persone apprezzano i miei prodotti, li cercano, li amano, mi riempie il cuore, una soddisfazione immensa.

La boutique Zanellato in via Bagutta

La boutique Zanellato in via Bagutta

Quindi lei ha raggiunto il suo obiettivo?
Il mio obiettivo è stato quello di concretizzare i desideri, creare una moda e una tendenza. Voglio realizzare pochi accessori iconici e niente collezioni. So che questo è un obbiettivo ambizioso, certo, ma se penso che il termine “Postina” sta entrando nel vocabolario della moda e non solo in quello delle Poste, ecco, questo era il mio obiettivo e oggi è un grande motivo di orgoglio.

I suoi progetti futuri?
Diventare un brand a 360 gradi. Questo non vuol dire ovviamente abbandonare Postina, ma andare oltre, creare nuove possibilità, immergermi in nuovi progetti, scrivere un’altra storia. Un desiderio al quale sto lavorando al momento è un piano di inserimento dei giovani artigiani e l’investimento sulla loro formazione. Purtroppo lo Stato non supporta la conoscenza, l’esperienza e la cultura del nostro patrimonio artigianale, un bene unico e prezioso che regge la nostra filiera e il Made in Italy. Io invece penso che sia fondamentale formare nuovi artigiani e valorizzare la specificità di questa tradizione che non possiamo permetterci di sottovalutare e perdere.


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