Letteratura

“Frocio e basta”: le verità celate sull’omicidio Pasolini

staff
20 gennaio 2013

“Era un periodo di scontri feroci, scontri politici. Pier Paolo era un bersaglio naturale”. Le parole dell’avvocato Guido Calvi, parte civile al processo sull’omicidio Pasolini, sono eloquenti e gridano giustizia per il tragico assassinio di uno dei simboli della cultura italiana del secondo Novecento.
Poeta, scrittore, giornalista, regista e intellettuale. La sua torrenziale “ossessione di esprimersi” e di narrare l’evoluzione – sarebbe meglio dire involuzione – del nostro Paese, aveva bisogno di più voci, di tonalità diverse.

Ma perché “bersaglio naturale”? Che significa?
Ce lo spiegano Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti nel loro nuovo libro “Frocio e basta” edito da Effigie.
L’intento dichiarato è quello di portare alla luce la verità su uno dei tanti omicidi di quella orribile stagione tra gli anni ‘60 e gli anni ‘80. Una verità scomoda e taciuta fin dagli istanti immediatamente successivi al delitto.
A riguardo, il mondo letterario  e l’area politica comunista, a cui Pasolini faceva parziale riferimento, non hanno mai sollevato seri dubbi su una tesi costruita a tavolino e incentrata sull’ omosessualità dell’artista, sulle sue frequentazioni occasionali con quei “ragazzi di vita” ampiamente descritti nelle sue opere. Un omicidio “normale”. Un incontro come tanti finito male. Quadri scandalosi, su una tela squallida di pulsioni e frustrazioni.
La morte di un frocio e basta, appunto. Caso chiuso.

Ma molte cose non tornano, ed ecco che dopo molti anni la tela comincia a sbiadire, lasciando intravedere sullo sfondo scenari che si ricollegano alla storia politica dell’Italia di quegli anni bui. Si intuisce così, che la morte di Pier Paolo Pasolini non è stata causata dai suoi “vizi” triviali né dalla sua “stravaganza”. La morte dello scrittore, affermano gli autori, è una delle tante pagine oscure della storia della nostra Repubblica e, come le altre, tutt’ora avvolta da una finta patina di mistero.
La convinzione è che si sia trattato di un omicidio politico. L’uccisione di un intellettuale che osservava la società del potere, che aveva osato alzare il tiro e rivolgere osservazioni acute su questioni che ancora oggi risultano scottanti. Ecco cosa scriveva Pasolini nell’articolo “Il romanzo delle stragi”, apparso sul Corriere, appena poco tempo prima di essere brutalmente ucciso: “Io so ma non ho prove. Non ho indizi. Io so perché sono un intellettuale”.
Lui sapeva e non ha taciuto. Non è morto da “frocio”.

Alessandro Giuliano

“Frocio e basta” di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti, Effigie Editore, pp.96


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