Fotografia

Gabriele Basilico: l’ultima fotografia

Alberto Pelucco
18 febbraio 2013

“La città è il teatro dove si svolge il ritmo dell’identità umana”.
Questa breve frase riassume perfettamente i caratteri dell’opera artistica del fotografo milanese Gabriele Basilico, spentosi il 13 febbraio scorso a Milano dopo una lunga malattia.
Classe 1944, era tra i pochi fotografi ancora a lavorare interamente in bianco e nero, con una nitidezza quasi canalettiana e una predilezione particolare per i paesaggi industriali, architettonici e urbanistici.
Proprio Milano è il punto di partenza della sua attività – dell’82 il primo reportage “Ritratti di Fabbriche” (Sugarco) -, costellata in seguito di numerosi riconoscimenti anche internazionali. Basti pensare all’invito alla Mission Photographique de la D.A.T.A.R. (Délégation a l’Aménagement du Territoire et à l’Action Regionale) vasta e articolata campagna fotografica organizzata dal governo francese tra il 1983 e il 1988).
Il fotografo delle città concepiva gli stabilimenti industriali come essere viventi, da comprendere, da capire, pur con i loro difetti. Essi e le città sono la culla della nostra civiltà, racchiudono quelle presenze familiari che ci permettono di avere maggiore fiducia durante i cambiamenti, in modo da non avvertire quello sbigottimento da lui provato, in gioventù, durante i difficili anni della ricostruzione, all’indomani del Secondo Conflitto Mondiale.
Ecco dunque che la fotografia si fa interprete di un messaggio sociale.
Fu forse questo a spingerlo a considerare romanticamente le città non solo come esseri viventi, ma anche come culla dell’identità umana. Sembra infatti ieri quando, a metà anni Settanta, scattò diverse immagini al villaggio Matteotti, presso Terni, progettato da Giancarlo DeCarlo. Basilico non focalizzò tuttavia la sua attenzione sull’architettura o i materiali da costruzione, ma sugli interni, sull’arredamento, nella convinzione che proprio questo rispecchiasse meglio i caratteri, le identità la storia di quegli abitanti, che avevano collaborato attivamente alla costruzione del paese, tramite suggerimenti, in modo tale che Matteotti costituisse una proiezione del loro essere, della loro storia e della loro cultura.
Lo stesso modus operandi fu applicato a diverse altre città, Milano prima di tutte. Un progetto accompagnato sempre dalla volontà di rompere le barriere i confini che separano una città dall’altra.
Ciò non significa che tutte le città sono uguali, ma che tutte hanno un’identità ben precisa. Sta a noi coglierle, sapendo guardare gli agglomerati, contemplandoli, in modo da recuperare la nostra identità, il nostro passato, autentica ancora di salvezza innanzi a quella che Verga chiamava la “fiumana del vivere”.
Convinzioni che furono alla base di quasi tutti i lavori del ritrattista meneghino, come Italia &France (Jaca Book, 1987), Bord de Mer (AR/GE Kunst, 1992), Porti di Mare (Art& 1990), Paesaggi di Viaggi (AGF, 1994), Scambi (Peliti, 1994), L’esperienza dei luoghi (Art&, 1994) fino all’esperienza della serie realizzata su Beirut bombardata e ferita (Basilico/ Beirut, 1994), che gli procurarono nel 2000 il premio I.N.U, Istituto Nazionale di Urbanistica, per il contributo documentazione fotografica dello spazio urbano.
Un’attenzione unica nella storia della fotografia per la Storia dell’uomo e al contempo per lo spazio che lo circonda, quasi a dire che, come in passato abbiamo scoperto continenti, forse potremmo un giorno esplorare pianeti e altre galassie, ma non dimenticheremo mai le dimore, come le caverne cui ricorrevamo per ripararci millenni fa, le palafitte dove ci difendevamo, gli agglomerati che innalzavamo per progredire.
Questa la lezione che Basilico ci ha voluto trasmettere, la sua migliore fotografia. Chiara come la nitidezza che contraddistingueva i suoi scatti.

Alberto Pelucco


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