Interviste

Gaetano Cammarata

staff
20 maggio 2010


Giovedì sera. Via Solferino. Smarthour. Cocktail artistico a base di vino rosso e buone idee. Incontriamo Gaetano Cammarata, classe 1980. E’ con l’artista Matilde Trapassi che avviene la sua formazione artistica che gli permetterà di esporre al P.A.C. di Milano durante la manifestazione “Salon I”, all’evento “Artificiosa Pluma” per “Sposa Italia Collezioni” e in numerosi atelier tra cui “ Fuori Classe”.
Ha collaborato come designer per grandi eventi come “Pubblicità e Successo” per la Flor Media, per “Torrone in Arte” per la Sperlari, e con aziende come Campari e Kinder; ha curato le scenografie di eventi per Fiorucci e Last minute.
Attualmente impegnato nel design, nella decorazione di Interni e nell’arte Sacra, è consulente d’immagine e pittore.

Gaetano la tua esperienza artistica è davvero molto ricca e variegata, non trovo molte altre parole per definirti se non quella di artista. Di cosa ti occupi?
Non mi considero né un designer né uno stilista, piuttosto un consulente d’immagine orientato di volta in volta agli ambienti o alla persona.

Come procedi nel tuo lavoro?
Cerco quanto più possibile di lavorare lontano dagli stereotipi, sulla base delle persone: guardo chi mi trovo davanti, come si veste, il marito o la moglie, i figli, i mobili, le fotografie e gli oggetti che hanno in casa, tutto quello che descrive la loro identità e come vogliono apparire.
Cerco di capire quello che sentono e li aiuto a esprimere la loro personalità nell’ambiente che li circonda.
Molto spesso troviamo difficoltà ad esprimerci perché siamo assediati dagli stereotipi molto più di quanto non ci piaccia ammettere: i romanzi, i film, le narrazioni in genere ci hanno insegnato che la vita deve essere A-B-C, ma quando nella vita di tutti i giorni l’A-B-C ci sfugge allora entriamo in crisi.
Per questo è importante il lavoro che faccio: lavoro sulla tua casa, con i tuoi occhi, ma ti aiuto a mettere a fuoco qualcosa di diverso, di più profondo, più appagante.

Com’è iniziata la tua esperienza?
In realtà il mio primo periodo da Stylist è cominciato quasi per gioco, non pensavo davvero di riuscire a lavorare nella moda.
Finita l’accademia di Brera ho lavorato per 3 anni in una casa di produzione cinematografica, ma non era un lavoro che mi appagava; ero costretto a lavorare con logiche di mercato troppo stringenti, con vestiti e materiali creati da altri.
Da quando ho cominciato a lavorare nel campo dell’arredo interni invece, ho trovato veramente la mia dimensione.
Diciamo pure che sono stato molto fortunato, ma non è sempre andata così bene: ci sono stati momenti anche molto duri in cui veramente non sapevo cosa fare; nel mio campo ci si muove solo col passaparola ed era come girare sempre attorno a un nucleo che non riuscivo a scalfire.
In quei momenti pensavo: “Io ho questo sogno e lo voglio realizzare” ed è una cosa che mi ha fatto sempre andare avanti.

Il comparto di cui ti occupi è uno di quelli che vengono comunemente ritenuti blindati, eppure questa crisi ha colpito anche voi.
Da qualche mese le cose vanno meglio ma abbiamo attraversato un momento davvero buio. Sebbene lavori solitamente per un target di persone molto alto, per qualche tempo rifare il proprio appartamento è stato considerato un lusso assolutamente non necessario e molti hanno preferito rimandare questo tipo di spesa.
Un’altra cosa di cui mi sono accorto è stata la totale scomparsa del ceto medio.
Mentre fino a qualche anno fa capitava di lavorare anche per questo target, oggi è decisamente più raro: c’è stato un aumento considerevole della forbice tra ricchi e poveri e la borghesia si sta dissolvendo.

A fianco alla tua attività di consulente d’immagine so che hai avviato anche la carriera di pittore. Vuoi raccontarci della tua esperienza?
Quando ero piccolo adoravo i cimiteri. Li disegnavo, li regalavo alla mamma.
Può sembrare macabro ma in realtà, se ci si pensa, sono dei luoghi profondamente affascinanti; attraverso una lapide si cerca di trasmettere non la morte, ma la vita delle persone ed è un po’ quello che cerco di fare io con le mie opere.
A questo proposito ho appena concluso Disiecta membra, un progetto che portavo avanti da 10 anni: si tratta di una serie pittorica costituita da quadri che raffigurano particolari anatomici ingranditi a dismisura, finanche di 3 metri.

Tu hai origini siciliane e ora vivi a Milano, hai mai pensato di andare all’estero?
Se io partissi ora perderei tutto quello che ho costruito qui con grande fatica e sacrifico; sebbene all’estero città come Berlino, Londra o New York offrano tantissimo a chi vive di arte, qui a Milano mi trovo molto bene.

Cosa ti piace di più di Milano?
Paradossalmente è una città molto più piccola di quanto non si sia portati a pensare, ma malgrado questo offre un ambiente artistico davvero molto vivo e stimolante e la forza economica della moda e del design assicura una creatività dal respiro fortemente internazionale.

Cosa invece non ti piace?
Forse il fatto che sia un ambiente artistico un po’ troppo elitario.
C’è stato un momento all’inizio della mia carriera in cui ho sofferto molto per questa cosa, ma poi col tempo, gli amici, le relazioni giuste, sono riuscito a mettermi in gioco.
E’ un ambiente molto difficile, dai ritmi disumani, dove droga, ipocrisia e prostituzione intellettuale la fanno da padrone.
La cosa più importante è sapere quando dire di no e rimanere sempre se stessi.
D’altronde non si deve immaginare che sia solo un ambiente corrotto e superficiale, si tende troppo spesso a dimenticare tanti modelli positivi di persone corrette che si costruiscono con pazienza e con passione.

Grazie del tempo che hai voluto dedicarci.

Intervista curata da Giulio Passerini