Generazione tecnica

staff
25 aprile 2012

C’è una tazza di caffè che mi guarda. La osservo dall’alto in basso, la scruto, cerco di capire dove finisce lo zucchero una volta mescolato. Alla fine decido che è meglio berlo quel benedetto caffè. L’occhio mi cade su una pagina di giornale: “Italy: love it or leave it”, film, titolo eloquente. Due ragazzi decidono di prendersi qualche mese di riflessione prima di decidere se abbandonare o meno l’Italia come hanno già fatto molti loro coetanei. Un altoatesino con una forte coscienza politica e un romano fatalista alquanto pigro, due avventurieri a zonzo per il Paese con una cinquecento, raccogliendo storie di una nazione che lotta silenziosamente.
Attuale quanto basta per farmi andare di traverso l’amarognolo scuro della tazzina: perché andare all’estero? Abbandonare il proprio Paese rende più liberi e soddisfatti? L’Italia è un paese strano, certo. Un Paese in cui, per esempio, può succedere che un partito che affonda le sue radici nel produttivo nord e che proclama scissioni in barba alla costituzione, agli eroi e ai monumenti, faccia affari con gruppi criminali di “terroni”, oppure assuma atteggiamenti da far invidia agli strati più abbietti dell’odiata capitale simbolo – ipse dixit – dello sperpero e del malaffare. Discorsi vecchi, diranno in molti, triti e ritriti. Evidentemente c’è qualcun altro che la pensa diversamente e crede, ancora oggi, con la crisi che incombe dappertutto, che il suo futuro, così come lo ha immaginato, possa concretizzarsi soltanto fuori dai confini nazionali. Sono storie che hanno trame diverse ma che intrecciano i loro fili sulle stesse onde di sogni e speranze. Inoltre questa esperienza rappresenta anche l’occasione di un’ avventura, un’opportunità senza eguali. Ma siamo sicuri che sia proprio entusiasmante cambiare, repentinamente e in modo definitivo, lingua, atteggiamenti, usi e costumi, in nome della globalizzazione sociale?
Ultimamente mi gira in testa l’idea che andarsene dall’Italia sia diventato il nuovo slogan, un nuovo modo di esprimere il proprio dissenso. Un modo di protestare silenzioso e sobrio, ad imitazione e in ossequioso rispetto dei dogmi e dell’etica imposta dal nuovo governo. Certo, il passaggio dal Bunga-Bunga allo spread come metri di valutazione di una società rende necessario un nuovo atteggiamento: meno folklore e più rigore. Sobrietà, appunto. Ecco dunque che questo nuovo approccio nei confronti dei problemi del Paese rischia di annullare la vivacità intellettuale e rendere passive le generazioni che verranno. Si dirà che forse questo è soltanto un progetto che va avanti da anni e che oggi ha raggiunto il suo compimento. E non c’è niente di più agghiacciante, a tal proposito, che andare a rileggere gli “Scritti Corsari” di Pasolini. L’intellettuale che aveva bene in mente il futuro della gente italica e la slavina di conformismo e, se mai ce ne fosse stato bisogno, di ulteriore inettitudine che la stava travolgendo. Adesso questo conformismo si chiama Europa, Spread, FMI, e tutti gli organi istituzionali ed economici che tengono le redini dei popoli. Forse toccherà rispolverare vecchi libri e vecchi slogan se non vogliamo diventare anche noi, ventenni del 2012, gente tecnica che bada a pareggiare il proprio bilancio personale smarrendo definitivamente la capacità di reagire diversamente e non nel modo vigliacco che ci hanno imposto.

 

Alessandro Giuliano