Gianluca Susta, una passione, la politica

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11 marzo 2012

Nasce a Biella nel 1956, un impegno, quello della politica, che ha costellato la sua vita. Viene  eletto  al Parlamento Europeo una prima volta nel 2005 e riconfermato nel 2009 nelle file del PD con 47.000 voti di preferenza. A Bruxelles fa parte della Commissione Commercio Internazionale e Supplente della Commissione Economica e Finanziaria inoltre fa parte delle Delegazioni  UE Messico ed UE America Centrale nonchè dell’Assemblea Interparlamentare Europa-America Latina e Caribe.

 

Mi racconta Onorevole come è arrivato alla Politica?
Era una passione innata. Frequentavo gli ambienti giovanili cattolici della mia Diocesi; negli anni del Liceo fondai a Biella un’associazione di studenti laici e cattolici contro l’egemonia di fascisti, comunisti e sinistra extraparlamentare nelle scuole. Vincemmo alla grande le prime elezioni studentesche e fui il primo degli eletti nella mia Città. Mi iscrissi alla DC e nel 1975 entrai in Consiglio comunale a Biella, avevo  19 anni. Ero tra i più giovani in Italia. Mi diplomai; poi mi laureai in legge; divenni Avvocato e iniziai la professione, ma continuai a fare politica e fui sempre rieletto. A 22 anni Assessore e a 36  Sindaco; nel 1995 e nel 1999 fui riconfermato. Adesso sono qua e in mezzo tante altre cose, pubbliche e private, come il matrimonio e due figli.

 

Che cos è il Mercato unico?
Un grande spazio di libero scambio e di libera circolazione delle persone, delle cose e dei servizi; uno spazio che riguarda 27 Paesi dell’Unione Europea e 500 milioni di cittadini, che abolisce le frontiere interne e tutte le barriere che esistevano prima, tariffarie e non. Il più grande strumento di cui l’Unione Europea dispone per rilanciare la sua competitività. Purché ne comprenda davvero le potenzialità. Da qui la necessità di contrastare duramente ogni tentativo di “rinazionalizzare” il commercio e le filiere produttive in Europa. Monti su questo insisteva moltissimo – e a ragione! – ben prima di diventare Primo Ministro.

 

Qual è il suo ruolo e a quale Commissione lei appartiene?
Sono membro titolare della commissione commercio internazionale e membro supplente di quella sul bilancio. Esperienze diverse e molto interessanti. Soprattutto la prima ci mette a contatto con tutte le aree del mondo. Scrivere o riscrivere le regole che reggono i rapporti tra l’UE e il resto del mondo significa entrare nel vivo della competitività globale. Oggi, regole diverse, possono favorire o colpire il nostro sistema produttivo molto più dei soldi, dei finanziamenti, delle sovvenzioni, ecc. E’ per questo che occorre studiare molto e conoscere bene il mercato globale per scrivere regole utili al nostro export e alla penetrazione di nuovi mercati. Quanto al bilancio occorre spingere perché il bilancio dell’UE, anche con nuove risorse proprie (come la “tobin tax”, la tassa sulle transazioni finanziarie) e con la possibilità di emettere eurobond per gli investimenti, possa diventare un vero e proprio bilancio “federale”, che supporti le grandi sfide a cui l’Europa deve far fronte.

 

La legge riguardante il Made in Italy si è arenata? Perché? Verrà mai approvata?
Come già detto tante volte “made in” e “made in Italy” sono due cose molto diverse.
Col primo si intende il regolamento sull’obbligo del marchio d’origine dei prodotti extra UE, regolamento che è stato approvato dal Parlamento nell’ottobre del 2010 grazie alla grande capacità di convincimento (scusi l’immodestia!) che i Deputati italiani hanno avuto nei confronti dei rispettivi gruppi politici e verso i Colleghi degli altri Paesi. Purtroppo anche il Consiglio, vale a dire i 27 Governi, deve dare l’ok e qua Gran Bretagna, Germania e i Paesi del nord Europa hanno una maggioranza che sta bloccando. Comunque si sta “trattando” dietro le quinte per trovare un punto di mediazione e su questo abbiamo “pressato” il Ministro Passera e il Presidente Monti quando li abbiamo incontrati affinché aprano una “trattativa” con i Paesi contrari, al fine di far comprendere loro che quello che appare un favore all’industria del sud Europa è in realtà un grande regalo che facciamo a tutti i cittadini consumatori europei.
Diversa è la definizione di “made in Italy”. Oggi perché un prodotto possa essere ritenuto “fatto” in un Paese dell’UE è sufficiente che in questo Paese sia fatta l’ultima lavorazione. Questo non va bene, perché é uno degli elementi che hanno favorito la delocalizzazione di imprese fuori dall’UE. Nei prossimi mesi verrà presentata la modifica del Codice doganale che oggi disciplina questa materia. Noi italiani cercheremo, con altri, come abbiamo fatto per il marchio d’origine, di cambiare questa norma penalizzante, anche se sappiamo che “provarci” non vuole dire “riuscirci”.

 

La Piccola e Media impresa trova  l’Europa molto distante dalle sue problematiche, le leggi sono farraginose, la burocrazia è alle stelle cosa si può fare e quali mezzi pensate di porre in atto per migliorare questo tipo di  approccio?
La prima cosa è evitare di attribuire all’Europa colpe che non ha. Il principale fardello burocratico sulle pmi non discende da prescrizioni burocratiche che impone Bruxelles, ma da come in Italia si traducono direttive e regolamenti europei. Un esempio su tutti la 626 in materia di sicurezza sul lavoro. Ho personalmente verificato la abissale differenza che c’è tra le nostre prescrizioni e la montagna di carta che imponiamo a una pmi per mettersi in regola in Italia e il nettamente inferiore carico burocratico di Paesi come Gran Bretagna, Svezia o la stessa Francia (peraltro già più vicina a noi). Anche loro sono in Europa e anche loro devono applicare la stessa direttiva, ma il fardello amministrativo è ben diverso! Credo, quindi, che spesso, dietro “la colpa è di Bruxelles”…”lo dice l’Europa…” ci sia il bizantinismo della nostra cultura giuridica amministrativa. Lo dico anche da Avvocato….

 

Qual è la normativa riguardante i prodotti extra UE?
Oggi un’infinità di prodotti (tessile-abbigliamento, gioielli, arredi, valvolame, occhiali, piastrelle, ecc.) che proviene da Paesi extra UE entra in Europa senza sapere da dove arriva. Cosa impossibile negli USA (dagli anni ’30!), in Cina, Giappone, India, Canada, Australia ecc. Ciò impedisce di capire bene come siano fatti. E’ per questo che riteniamo che sia un regolamento assolutamente importante, perché viene a ricreare condizioni di reciprocità tra i grandi competitor del mondo e, contemporaneamente, favorisce la trasparenza per i consumatori finali.

 

Ma la politica commerciale da chi viene gestita?
Dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO in inglese, OMC in francese, italiano) e dai Trattati multilaterali e bilaterali (nel quadro della legislazione WTO/OMC) che disciplinano gli accordi tra Stati o Unioni di Stati (come l’UE o il Mercosur).

 

Quali sono le problematiche che la vedono impegnata nei prossimi mesi?
Io attualmente sono incaricato dal Parlamento a monitorare il negoziato tra UE e Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay), negoziato molto importante perché  coinvolge anche le relazioni con una grande potenza emergente come il Brasile; sto seguendo la revisione delle norme sugli appalti pubblici extra UE (settore importantissimo per le nostre imprese) e il regolamento per i crediti ai Paesi c.d. “emergenti”. In più, anche se senza incarichi formali, seguo molto da vicino il dossier sul regolamento per gli aiuti ai Paesi più poveri (il nuovo regolamento sul “sistema di preferenze generalizzate”) perché incide non poco su alcuni settori produttivi “maturi” che toccano da vicino gli interessi di milioni di lavoratori dell’industria manifatturiera europea.

 

Nel corso dell’anno quali saranno gli impegni legislativi che vedranno protagoniste le PMI?
Tutto ciò che si sta definendo a livello internazionale (vedasi quanto detto sopra) incide sulla attività delle pmi, perché il 90% del prodotto europeo passa di lì. In particolare però si stanno ridefinendo le norme per i finanziamenti, per i fondi strutturali, per la ricerca e l’innovazione, per semplificare la vita alle pmi. Un lavoro che discende dallo SMALL BUSINESS ACT e che, finalmente, rimette le pmi e l’industria manifatturiera al centro dell’attenzione europea. Speriamo che sia davvero così….

 

Per disincentivare la delocalizzazione ed aprire il mercato ai giovani la UE chiede più flessibilità  attraverso quali strumenti?
Per disincentivare la delocalizzazione c’è solo una strada: rilanciare la centralità dell’industria manifatturiera in Europa, per troppo tempo sacrificata, anche con regole penalizzanti, sull’altare dei facili guadagni prospettati per anni dalla facile finanza. La crisi ci impone di “riportare” a casa produzioni prima delocalizzate. Qualche segnale in questa direzione già c’è, ma per consolidare tutto ciò occorre ridurre la tassazione sulle imprese e sul lavoro; abbassare i costi di energia, lavorare cioè per ridurre i costi di produzione, che non sono solo il “lavoro”. Certo occorre anche rivedere tutta la politica del sostegno al lavoratore che non trova lavoro o che lo perde per ragioni economiche, ma se in Europa, e in Italia soprattutto, agiamo meglio su tassazione, costi di energia, semplificazione burocratica, tempistica su investimenti, autorizzazioni ecc. possiamo liberare risorse che sicuramente favoriranno nuovi insediamenti industriali. Poi occorre diversificare le produzioni verso settori innovativi, privilegiare le produzioni rivolte ai grandi consumi collettivi, allo sviluppo sostenibile, alla cultura materiale, alla salvaguardia ambientale e alla valorizzazione energetica del nostro patrimonio naturalistico, tutte cose che non potranno che innescare un circuito virtuoso per l’economia europea ed italiana.

 

Intervista curata da Emanuela Beretta