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Green escape: i giardini botanici di Hanbury a Genova

Alessandra Buscemi
30 giugno 2017

I Giardini Botanici Hanbury di Genova costituiscono uno dei principali giardini botanici di acclimatazione dell’area mediterranea e hanno una storia antichissima: valgono una visita di almeno un paio d’ore per scoprirli, magari insieme a una guida naturalistica, e comprendere le diverse varietà di piante e fiori presenti.

Qui le piante sono infatti coltivate nel rispetto della naturalità dei cicli vitali e riproduttivi. Ciò significa che ne vengono conservate parti secche o sfiorite. Le palme e le yucche, ad esempio, sono mantenute con il loro aspetto naturale: non vengono tagliate le foglie morte che rimangono ad avvolgere i fusti, proteggendoli dalle intemperie; l’assenza di potature conferisce loro un’eleganza spesso dimenticata nei giardini della riviera. Nel periodo di aridità estivo le piante del nostro ambiente, per difendersi da un eccesso di traspirazione, manifestano un periodo di riposo: non solo l’attività vegetativa si interrompe, ma si verifica anche l’avvizzimento e la perdita di una parte del sistema fogliare; questo significa che non è opportuno annaffiarle eccessivamente perché significherebbe non assecondare il loro ritmo biologico e mantenerle artificialmente in vita. La stagione estiva, inoltre, è periodo di maturazione dei frutti: devono rimanere sui rami sino a completa maturazione per permettere la raccolta dei semi, sia per il giardino stesso sia per l’invio ad orti ed istituti botanici in tutto il mondo.

La storia dei Giardini Botanici Hanbury inizia con Thomas Hanbury, che, dopo aver acquistato l’incantevole podere della famiglia Orengo situato alla Mortola, iniziò nel 1867 lo straordinario lavoro che avrebbe reso la sua proprietà uno dei luoghi verdi più famosi al mondo. Le prime piante di rose provenivano dal giardino paterno a Clapham Common; mentre altre vennero comperate dai vivai Huber a Hyeres, Nabonnand a Golfe-Juan e dal giardino Thuret a Cap d’Antibes. Già dai primi anni le collezioni di piante sudafricane, australiane e americane attirarono l’attenzione del mondo scientifico a livello internazionale: non venivano solo considerate nel loro aspetto vivaistico ed esotico, ma erano anche oggetto di ricerche farmacologiche e studiate per la loro importanza economica.

Da sempre la proprietà presentava una enorme ricchezza di microclimi derivati da diversità di esposizione alla luce e ai venti, dalla differente acclività e condizioni di umidità. Gli Hanbury li sfruttarono, conoscendo le condizioni più favorevoli alla crescita delle piante che desideravano coltivare. Così tra il mare e l’antica strada romana, oltre al vecchio oliveto, collocarono l’agrumeto, l’orto e il roseto, riparati dalla salsedine da un muro di cinta rinnovato. La foresta australiana fu collocata sul dolce pendio soprastante la strada romana, mentre sotto la villa furono ancora coltivati agrumi. Ancora più in alto venne mantenuto l’oliveto mentre a ovest ed est furono curate le specie della macchia mediterranea.

Oggi i giardini mantengono intatta la struttura e la visione del fondatore e rappresentano uno dei migliori patrimoni botanici italiani.


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