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Green Stories: i Rockefeller si convertono

Marco Pupeschi
26 settembre 2014

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I Rockefeller si convertono alla Green Economy. È un campanello di allarme oppure una astuta operazione d’immagine?

Il capostipite della dinastia, John D. Rockefeller Sr, ha creato la sua immensa fortuna fondando nel 1870 il colosso petrolifero Standard Oil, da cui derivano le moderne compagnie Exxon Mobil, Amoco e Chevron.

Ma è di pochi gioni fa la notizia che la fondazione filantropica Rockefeller Brother Fund – 860 milioni di dollari il patrimonio stimato ha deciso di unirsi al movimento Global Divest-Invest.

Il movimento Global Divest-Invest, cominciato nei campus universitari americani, ad oggi comprende 180 istituzioni e quasi 700 individui, che in tutto valgono 50 miliardi di dollari di patrimonio. Solo dall’inizio del 2014 è raddoppiato il numero di fondi pensione, gruppi religiosi e grandi università che hanno aderito alla campagna. Gran parte del loro patrimonio è investito in Borsa e i guadagni realizzati servono a finanziare le proprie attività green.

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La Fondazione Rockefeller intende dsinvestire gradualmente da tutto il settore dei combustibili fossili, comprese le compagnie petrolifere.

Circa l’80% dei consumi energetici mondiali derivano tutt’oggi dal combustibili fossili, allora perchè abbandonare il business dell’oro nero? Negli Stati Uniti nel 1930 ci voleva un barile di petrolio per estrarne 100, il rapporto era di 100:1, nel 1970 il rapporto era calato a 30:1 e nel 2000 a 11:1. Quanto avvenuto negli Stati Uniti lo si può applicare al resto del mondo e ci fa capire come non sia tanto importante quanto petrolio rimane all’umanità, bensì quanta energia netta possiamo ancora ricavarne per unità investita (il cosiddetto EROI, Energy Return on Investment).

Se la scelta dei Rockefeller sia un campanello di allarme o una operazione di immagine è presto per dirlo; mentre è un dato di fatto che l’efficienza dei combustibili fossili a soddisfare il fabbisogno mondiale di energia è decrescente e irreversibile.

Il tempo non è dalla nostra parte, ma un numero sempre maggiore di associazioni ne stanno prendendo coscienza.

Marco Pupeschi


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