Cinema

Hollywood spiega la drammatica verità sulla crisi

Giorgio Raulli
1 febbraio 2016

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Prima dello scoppio della crisi mondiale nel 2008, alcuni manager e bancari avevano intuito che il mercato immobiliare americano sarebbe diventato instabile: primo tra tutti il manager Michael Burry (Christian Bale), che chiese a diverse banche di scommettere contro l’andamento del mercato, cosa che nessuno gli negò, data l’apparente assurdità di una mossa simile; il comportamento di Burry spinse anche altri ad agire, come due ragazzi agli inizi (Finn Wittrock e John Magaro), un’investitore impiegato di Deutsche Bank (Ryan Gosling), il quale coinvolse anche il trader di un’altra banca (Steve Carell) e il suo gruppo di collaboratori.

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La Grande Scommessa si basa sull’omonimo libro del giornalista finanziario Michael Lewis pubblicato nel 2010; il regista Adam McKay ha voluto farne un fil drammatico e di denuncia, camuffato da commedia. Molto, forse troppo, rievoca The Wolf of Wall Street di Scorsese, non solo per il tema in generale (da cui effettivamente si discosta) ma anche, e soprattutto, per le scelte registiche estrose, il ritmo serrato e i dialoghi sarcastici e frizzanti. Narrazione in prima persona, rottura della quarta parete, ibridazione con televisione, video musicali, immagini, grafiche: sono solo alcuni degli elementi che lo rendono simile alla pellicola con DiCaprio del 2013.

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Se nel film su Jordan Belfort si voleva dare conto degli eccesssi e della smodatezza del mondo finanziario, qui invece l’accento è posto sul sistema fraudolento delle banche e sulla speculazione ai danni dei risparmiatori e del ceto medio; ne La Grande Scommessa il regista usa spesso una tecnica di ripresa con camera a mano, che conferisce alle sequenze un carattere documentaristico/da reality per rendere nevrotico e al contempo veritiero il tutto. Tale miscuglio, tuttavia, risulta spesso tutt’altro che ben dosato, con un risultato confusionario.

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È pur vero che guardando il film da una certa prospettiva, anche questo trova un senso: ritmo serrato, mix di tecniche e soprattutto l’enorme quantità di termini economici, dialoghi in cui si riesce a capire solo la follia del sistema bancario, sono un mezzo voluto per stordire lo spettatore, per comunicarci quanto sofista e pieno di parole vuote sia il mondo rappresentato. Per non annoiare si è evidentemente dimostrato necessario ibridare il dramma con la commedia, inserendo protagonisti particolari, arroganti ma in qualche modo cool, e lasciando le spiegazioni più complesse a delle guest-star completamente estranee al sistema bancario (come Margot Robbie, lo chef Anthony Bourdain e Selena Gomez).

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Alla fine il film riesce a superare il suo difetto maggiore, e cioè un gruppo di personaggi con cui è quasi impossibile simpatizzare, nonostante gli evidenti sforzi per far sì che accada. Le vicende personali di due dei protagonisti passano in sordina e non risultano minimanmente esplicativi per il carattere dei personaggi, cosa che chiaramente era negli intenti del regista. Inoltre, il personaggio di Brad Pitt, un banchiere in pensione che per amicizia aiuta i due investitori inesperti, sembra inutilmente ritagliato appositamente solo per far figuare l’attore (è infatti produttore del film), pieno di retorica e di noioso buonismo.

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La Grande Scommessa funziona per la forza dell’argomento, per la leggerezza di alcuni passaggi, senza dubbio per il montaggio e per la bravura del cast. Uscito in Italia ormai un mese fa, il 7 gennaio, la pellicola di McKay è candidata agli Oscar 2016 in ben 5 categorie (Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior sceneggiatura non originale e Miglior montaggio).


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