Fotografia

I fotografi delle Ande, un racconto illustrato

Alberto Pelucco
26 dicembre 2014
Max T. Vargas, Veduta panoramica di Arequipa, 1900, 37 x 190 cm

Max T. Vargas, Veduta panoramica di Arequipa, 1900, 37 x 190 cm

Fotografìa de Los Andes” non è solo una mostra: è un vero e proprio racconto, scritto in un’epoca fertile per la fotografia peruviana di fine Ottocento.

Max Telesforo Vargas, Martin Chambi, Emilio Diaz, Enrique Masìas, Guillermo Montesinos e l’italiano Luigi Domenico Gismondi: ecco i protagonisti della nostra storia, ambientata nell’amena e ridente città di Arequipa.

In quei tempi lontani, lande desertiche, montagne e vulcani circostanti favorivano l’isolamento della località andina e la mentalità conservatrice e tradizionale dei suoi abitanti si traduceva in uno stretto rapporto tra identità culturale e storico-geografica. Cresciuti quasi in simbiosi con la realtà storico-religiosa circostante, questi fotografi finirono con lo sviluppare un fortissimo legame con i luoghi d’infanzia, perché ogni giorno essi rivelavano loro tracce della loro storia, religione, mitologia.

Tipici di Arequipa erano inoltre dei concorsi di fotografia, organizzati dal Centro Artistico locale, che premiavano però più il ritratto della fotografia di paesaggio.

Max T. Vargas, Ritratto di María Antonieta Gibson, Arequipa, 1909, 22.5 x 9.7 cm

Max T. Vargas, Ritratto di María Antonieta Gibson, Arequipa, 1909, 22.5 x 9.7 cm

Nel primo, a posare erano per lo più quei borghesi, che avevano beneficiato dello sviluppo commerciale della città, quando quest’ultima divenne tappa nuova tratta ferroviaria del Paese. Ma nuovi rapporti commerciali e nuove vie di comunicazione significavano nuovi contatti con l’esterno. Naturale, allora, il formarsi di una riflessione sull’unicità della propria cultura.

Cos’ha di speciale – sembrano chiedersi i nostri fotografi – la nostra società, rispetto alle altre, con cui ci confrontiamo ora? Per loro è impossibile non sentirsi condizionati dall’identità geografico-culturale della propria terra e non instaurare, ad ogni scatto, un rapporto con essa.

Gli scatti esposti furono i primi a tradire quella compartecipazione emotiva tra fotografo e soggetto, del tutto assente nella fotografia di paesaggio, documentaristica, ma ben poco artistica. Queste fotografie colpirono l’opinione pubblica locale, che dei nostri artisti condivideva la stessa formazione e lo stesso rapporto stretto con la natura e la terra.

Se con Vargas, Diaz e soprattutto Montesinos l’arte fotografica cominciò ad essere valutata sul piano storico, archeologico e scientifico, ma anche artistico e religioso, sarà con gli esperimenti in controluce di Chambi e Masìas che i turisti si innamoreranno della fotografia locale.

Max T. Vargas, Barca nel  lago Titicaca, Puno, 1908, 58 x 24.5 cm

Max T. Vargas, Barca nel lago Titicaca, Puno, 1908, 58 x 24.5 cm

Con una semplice macchina esposta a intense sorgenti luminose, gli artisti ottenevano un giocoso contrasto di luci e ombre, che si traduceva, negli scatti, in una definizione più plastica del soggetto. Molto studiati dai fotografi saranno anche i riflessi della luce sull’acqua.

Notevole sarà il successo di questo nuovo taglio della fotografia di paesaggio, intrisa ancor oggi di quella stessa sensibilità, che permeava le vedute del lago Titicaca, culla della civiltà Inca, o della Fortezza del Saccsayhuaman, teatro ancor oggi di rituali inca in occasione dell’Inti Raimi, la festa di Inti, dio del Sole.

Alberto Pelucco

Fotografìa de Los Andes 1890 – 1940
a cura di Jorge Villacorta
12 settembre 2014 – 11 gennaio 2015
Foro Boario, via Bono da Nonantola 2, Modena

Informazioni:
www.fondazionefotografia.org
tel. 059 239888
Orari di apertura: martedì-venerdì 15-19; sabato-domenica 11-19; lunedì chiuso
Biglietto d’ingresso (valido per tutte le mostre in corso) € 5,00
Ingresso libero tutti i martedì


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