Letteratura

I segreti del Nobel giapponese e del suo Alter Ego

Virginia Francesca Grassi
14 aprile 2013

Kogito Choko è uno dei più famosi scrittori giapponesi. Quando viene a conoscenza del suicidio del regista Gorō Hanawa, suo migliore amico, nonché fratello di sua moglie, cerca una sollievo al suo tormento nelle centinaia di audiocassette che gli ha lasciato prima di morire. La voce del suicida lo accompagna in un lungo racconto che spazia e si avvolge su sè stesso: dal ricordo della loro amicizia, iniziata agli albori degli anni ’50, passando per le passioni letterarie – primo tra tutti Rimbaud –, fino alle riflessioni sull’idea di arte e sul senso della vita. Ma quello che più colpisce e turba Kogito è l’intuizione dell’esistenza di un segreto che ha dominato profondamente il cuore dell’amico.

La sua ossessione per Gorō, la dipendenza da quel testamento spirituale racchiuso nei fragili nastri si acuisce sempre di più: in una ricerca febbrile Kogito comincia ad interrompere le audiocassette e a rispondere con le proprie considerazioni fino a trasformare il monologo in un dialogo immaginario. Determinato a scoprire la verità, l’anziano scrittore si recherà in Germania, sulle tracce della misteriosa Ura, di un un libro speciale e di un’antica leggenda su un bambino scambiato, che lo porteranno infine tra le brumose foreste del sud del Giappone.

Ancora una volta Kenzaburō Ōe, Premio Nobel per la Letteratura 1994, ci regala una storia intensa e straniante, fatta di segrete connessioni tra presente e passato, fantasmi, inquietudini e atmosfere oniriche. Un profondo viaggio nel surreale, tra ironico e grottesco, che cerca di affrontare i turbamenti del Giappone postbellico e le angosce esistenziali dell’essere umano, a partire proprio dal nome del suo protagonista, un tributo al “Cogito ergo sum” cartesiano.

Con “Il bambino scambiato”, il primo volume di una trilogia iniziata nel 2000, il grande scrittore giapponese torna all’uso della terza persona, che aveva già segnato “Il salto mortale”. Ma questa volta l’uso di questa tecnica narrativa plasma e modella quel materiale autobiografico che da sempre si è imposto come tratto caratteristico della poetica di Ōe.

E’ infatti solo venendo a conoscenza di alcuni particolari episodi della vita dello scrittore – a partire dal suicidio nel 1997 del regista Juzo Itami, suo migliore amico e cognato, passando per la nascita di un figlio disabile e per la vincita un premio prestigioso come il Nobel, che lo ha legato all’europea Stoccolma –– che si può riuscire a comprendere la complessità del romanzo, individuando in Kogito un vero alter ego del suo creatore.

Virginia Grassi

“Il bambino scambiato” di Kenzaburō Ōe, Garzanti, traduzione dal giapponese di Gianluca Coci, pp. 436.


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