Il banco dei pugni: vicende umane sotto i riflettori

Marica Cammaroto
29 gennaio 2014

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Questo programma statunitense, trasmesso da DMAX a partire dal 2012 e ora alla quinta serie in Italia, può sembrare molto simile a “Affari di famiglia”: entrambi si svolgono in un banco dei pegni, entrambi hanno a che fare con persone in cattive acque finanziarie che cercano di racimolare qualche soldo attraverso la vendita di oggetti non più utilizzati, entrambi sono a “gestione familiare”. La differenza però è lampante: “Affari di famiglia”, ambientato a Las Vegas, narra le vicende della famiglia proprietaria del banco dei pegni, gli Harrison. Qui l’interessante sta nel fatto che le vicende si incentrano sulla particolarità degli oggetti portati a far valutare, tra cui spesso troviamo cimeli di grande valore come una prima edizione di Hemingway o monete del primo dopoguerra. “Il banco dei pugni” invece è ambientato a Detroit, sulla 8 Mile Road, e narra le vicende della famiglia proprietaria del banco, i Gold. La differenza sta nel fatto che “Il banco dei pugni” è più incentrato sulle vicende umane delle persone che impegnano i propri affetti per sopravvivere. Spesso i clienti hanno la fedina penale sporca e non reagiscono bene ad una valutazione troppo bassa.

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Sarà che noi donne siamo più sentimentali, ma è capitato spesso che scappasse una lacrimuccia al sentire che Leslie, il capofamiglia Gold, avrebbe offerto una valutazione extra del televisore di una povera vedova che aveva bisogno di soldi per la commemorazione funebre del marito. La famiglia Gold assicura che ogni storia umana ripresa al banco dei pegni incarna la vera realtà della Detroit odierna e che gli autori e i produttori del programma si sono astenuti dal ritoccare ad arte le puntate. Sarà vero? Non possiamo saperlo, ma intanto è interessante capire cosa spinga la popolazione di Detroit a usufruire così spesso di un servizio quale il banco dei pegni mentre qui in Italia l’argomento rimane ancora, giustamente, un tabù.

Marica Cammaroto