Cinema

Il best seller di Salman Rushdie sul grande schermo

Virginia Francesca Grassi
7 giugno 2013

Venire al mondo a Bombay allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947, giorno in cui l’India dichiara la propria indipendenza dal dominio britannico. Un destino inesorabilmente intrecciato con quello della nuova nazione, un destino fatto di grandi mutamenti, trionfi, tragedie, di sangue, amore ed un proustiano chutney verde. Il destino di Saleem Sinai, del suo nemico giurato e nemesi Shiva, della bella maga Parvati e degli altri figli di quella fatidica mezzanotte: ad ognuno di loro verranno conferiti poteri straordinari, ognuno di loro diverrà metafora e simbiosi del Paese.

Dall’Impero britannico allo stato d’Emergenza proclamato da Indira Gandhi, dalla separazione del Pakistan alla guerra civile in Kashmir. La grande Storia fa da sfondo alle vite altrettanto straordinarie di Saleem, della sua singolare famiglia e di tutti coloro che li circondano: un innamoramento avvenuto attraverso un buco fatto in un lenzuolo, una ragazza saggia che non scorderà mai il suo primo amore nascosto sotto un tappeto, una governante che si sente colpevole per il suo gesto di rivalsa sociale, un colpo di stato e un quartiere di maghi e incantatori.

“I figli della Mezzanotte”, best seller che nel 1981 impose all’attenzione internazionale il genio di Salman Rushdie, arriva ora anche sugli schermi italiani grazie alla sceneggiatura
curata dall’autore e alla potenza iconica della macchina da presa di Deepa Mehta, regista indo-canadese conosciuta per la sua celebre trilogia, “Fire”, “Earth”, “Water”.

Tradurre l’epica, lo stile, la sfacciata ironia e il grande spessore di questo romanzo-fiume era una grande sfida, soprattutto per il carattere magmatico della narrazione – che inevitabilmente ne ha in parte risentito. Interessantissima commistione di cast, in cui spiccano alcune grandi stelle del cinema bollywoodiano – tra cui Shahana Goswami, Seema Biswas, Shriya Saran, Rahul Bose – e il talento di una giovane promessa quale Satya Bhabha (leggi qui l’intervista) che ha saputo dare un’interpretazione a tutto tondo di un personaggio enigmatico come quello di Saleem.

Nota di merito va inoltre alla scelta della colonna sonora e alla fotografia, capaci di ricreare tutta la sensualità, la magia e le grandi contraddizioni di un Paese complesso come l’India, senza abusare di quella fastidiosa retorica occidentale che subisce il fascino dell’esotico.

Virginia Grassi


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