Blog del Direttore

Il Blog del Direttore: perché “svendiamo” il made in Italy?

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29 novembre 2011


Quando nel mondo si parla di Italia, le visioni sono molteplici e, purtroppo, spesso negative. Ma esiste un ambito su cui tutti convergono: l’eccellenza del Made Italy.
Sì, perché la grande moda italiana – nata nel 1952 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti, a Firenze – negli anni è riuscita a conquistare un primato che i cugini d’oltralpe, e ultimamente anche gli americani, non riescono proprio a digerire.
Sembrava impossibile che un gruppo di giovani talenti italiani potesse affermarsi quando nel mondo regnavano incontrastati Dior e Chanel; eppure, un’idea apparsa allora bizzarra ha cambiato la storia della moda internazionale.
L’illuminazione era venuta a Giovanni Battista Giorgini, classe 1899, aristocratico di Forte dei Marmi che doveva guadagnarsi da vivere nonostante avi illustri e un prozio senatore, genero di Alessandro Manzoni.
Il conte Savorelli – che ha curato le relazioni pubbliche per Pitti dal 1965 al 1972 – racconta che “Giorgini sapeva conquistare gli americani. Aveva cominciato a intrattenere rapporti con loro da ragazzino, negli Anni Venti. Così, dopo la guerra, provò a ricominciare la sua vecchia attività, il cercatore di belle cose. Ma, al di là dell’Oceano, qualcosa era cambiato. Tutti molto tiepidi nei confronti dei suoi bellissimi vetri, delle tovaglie ricamate, delle ceramiche suggestive. “Caro Giorgini, deve capire – gli spiegarono -, qui negli Stati Uniti il marchio made in Italy significa cattiva qualità, cattivo gusto”. Nell’immaginario collettivo nordamericano l’Italia era ‘Ladri di biciclette’, era ‘Sciuscià’ “.
Giorgini non aveva mai lavorato nella moda, ma era di casa nei salotti più influenti di Firenze e aveva diversi amici tra i grandi compratori americani. Decise così di ospitarli nel capoluogo toscano dopo le sfilate parigine.
La prima volta, nel 1951 erano solo cinque i compratori che avevano accolto il suo invito, ma solo sei mesi dopo erano saliti a trecento ed era quindi il momento di un debutto in grande stile per la moda italiana: quello avvenuto nel torrido luglio 1952 nella leggendaria Sala Bianca di Palazzo Pitti.
Dalla principessa romana Irene Galitzine – di cui tutti ricordano l’inconfondibile “Pigiama Palazzo” – a Simonetta Visconti, passando per Giovanna Caracciolo che si firmava Carosa, la moda italiana è stata un crescendo di nomi divenuti celebri come Krizia, Missoni e Valentino.
Negli anni Settanta il grande Beppe Modenese – attuale presidente onorario di Camera della Moda e ideatore della settimana della moda milanese – ha fatto nascere casi di straordinario successo come Ferrè, Armani e Versace.

 

E ora che cosa ne è della grande moda italiana?
Molti dei più celebri marchi del nostro Paese sono stati acquisiti da realtà estere: Gucci, Bottega Veneta e Sergio Rossi sono passati a PPR, gruppo che comprende colossi come Puma e Fnac; mentre realtà storiche come Emilio Pucci e Fendi sono ora di proprietà di LVMH.
Notizie delle ultime settimane sono, infine, le acquisizioni di due case d’eccellenza come Brioni e Bulgari da parte dei due agglomerati del lusso sopracitati; oltre, ovviamente, al passaggio della maison Ferrè nelle mani degli arabi del Paris Group, dopo il fallimento della nostrana Ittierre.

 

Perché dobbiamo affidarci a gruppi esteri quando abbiamo tutte le capacità – creative, artigianali e imprenditoriali – per essere al di sopra di chiunque altro nel Mondo?
Perché in Italia non è pensabile un’operazione come quella messa in atto dagli eredi di Hermès che hanno creato una holding per affrontare il gruppo LVMH, entrato nel capitale della famosa maison lo scorso anno?
Personalmente mi auguro che gli stilisti italiani decidano di creare un grande polo del lusso per contrastare insieme i sempre più frequenti attacchi da parte della stampa americana – che cerca di favorire l’ascesa della fashion week newyorkese – e presto di un nutrito gruppo di ascendenti designer asiatici e sudamericani che potrebbero ribaltare un’altra volta gli equilibri globali.

 

Luca Micheletto