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Cinema

Il Cigno Nero di Aronofsky

staff
1 aprile 2011

Nina è una ballerina classica che sogna ardentemente di essere la protagonista de “Il lago dei cigni”, ma una rivale si metterà in mezzo ai suoi sogni di gloria. Banale, dite? No, se si pensa che l’antagonista è proprio Nina, in un intricato schema fondato sul doppio e sulla follia che anima l’intera pellicola.
La giovane ballerina si presenta fin dall’inizio come insicura, fragile, rinchiusa forzatamente in un’aura di perfezione; è semplice intuire che anche il minimo cambiamento può compromettere la sua stabilità emotiva: il candore e l’innocenza lasciano spazio a quella parte cupa che ci fa vivere le nostre pulsioni corporee senza alcun filtro e che ci porta a ferire gli altri proprio come fece il cigno nero con il cigno-Odette nella tragica fiaba del balletto.
Nina si lascia trasportare dal suo lato più nascosto e torbido in un climax di distacco dalla normalità che il regista sottolinea con visioni cupe e con una metamorfosi fisica della Portman, resa con un crudo realismo che colpisce nel profondo, al limite dell’horror cronenberghiano.
L’unica via di salvezza dai malefìci dello stregone Rothbart per il cigno bianco di Čajkovskij è il vero amore, ma nel film di Aronofsky è completamente assente; nell’amore provato dai personaggi si scorge sempre una negatività e una morbosità rovinosa. Inoltre il sesso e la sessualità entrano nella trama come una forza prepotente che confonde l’io verso strade inaspettate. In fin dei conti, l’intero film è una rappresentazione del labirinto tremendo in cui si è intrappolata la protagonista, tra l’autolesionismo e la perversione, tra la perfezione mostrata sul palcoscenico e la debolezza disarmante di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio.
“Black swan” è stata un’espressione comune nel XVI secolo a significare l’impossibilità e l’improbabilità, derivante dalla presunzione che “tutti i cigni dovessero essere bianchi”, convinzione sfatata dagli esploratori europei che in Australia trovarono realmente un cigno nero. Basterebbe allora questo cavillo nozionistico per capire che la giovane ballerina Nina non troverà soddisfazione nel raggiungimento dei suoi obiettivi, poiché essa stessa rappresenta un ostacolo, perché è lei il cigno nero. Proprio per questo ruolo doppio e controverso Natalie Portman si porta a casa l’oscar come miglior attrice protagonista, conquistando solo una delle cinque nominations che la pellicola si era meritata.
E non c’è proprio nulla di cui meravigliarsi, conoscendo chi c’è dietro la macchina da presa; turbamenti e stravolgimenti dell’animo umano sono conditi dal regista Aronofsky con movimenti di macchina particolari e inquadrature spesso in soggettiva, con un utilizzo del digitale mai fine a se stesso, ma sempre funzionale a quelli che sono ormai i temi tanto cari al giovane regista newyorkese, che già nel suo film d’esordio, “π – Il teorema del delirio”, aveva dipinto l’alienazione e il declino con maestria. Darren Aronofsky si dimostra in questa pellicola un regista abile che pur restando concreto, al contempo si esprime attraverso giochi visionari e grande attenzione per i dettagli, che lo pongono tra David Lynch e Stanley Kubrick.

 

Giorgio Raulli


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