Letteratura

Il Diavolo in giallo. Intervista a Massimo Tallone

Maria Stella Gariboldi
4 agosto 2013

L’agenzia immobiliare del Gufo, in piazza Cavour, è scossa dalla richiesta singolare di un altrettanto singolare cliente: vorrebbe, se possibile, acquistare una casa nella quale sia avvenuto un omicidio, meglio se crudele, o plurimo. Ma per il Gufo, l’assistente Anna e l’amico dalle ossa di vetro Vienna, questo esordio già bizzarro non è che l’inizio di un’avventura dai toni surreali che li porterà ad avere a che fare con un cadavere (recente, questa volta), personaggi ambigui che scompaiono nel nulla, commissari alle calcagna, e persino una setta satanica.

Massimo Tallone, il giallista che ha fatto di Torino la musa e protagonista dei suoi libri, torna con Il diavolo ai giardini Cavour, un romanzo in cui al paranormale si accompagna lo scetticismo, alle suspense le risate, secondo una formula irresistibile. Ne abbiamo parlato con l’autore.

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Nuovo romanzo, edito per E/O come il precedente. E come ne Il fantasma di piazza Statuto c’è l’ombra dell’esoterismo, ce ne accorgiamo fin dal titolo. Hai svolto delle ricerche sugli ambienti torinesi? E cosa ti ha portato a riprendere l’argomento?
In effetti nelDiavolo ai giardini Cavour c’è un richiamo all’esoterismo, o meglio al satanismo, che è una cosa un po’ diversa. Ma va anche detto che il romanzo prende poi più direzioni narrative. Stando a Torino è quasi impossibile non intercettare persone che, in proprio o tramite svariate associazioni, sono impegnate in ricerche esoteriche più o meno solide o serie. Ho messo insieme un po’ di queste fonti e ho organizzato la trama, insieme complessa e umoristica, del Diavolo, che fa parte di una cosiddetta ‘trilogia esoterica’ che ho congegnato per esplorare tre aspetti di questo vasto mondo, quello delle sedute spiritiche (sviluppata nel Fantasma di piazza Statuto), quello del satanismo, appunto, e un terzo tema di cui parlerò più avanti. Poi la campagna nei territori dell’occulto dovrebbe avere termine.

Dici che i tuoi romanzi nascono da immagini, da dettagli. Da cosa è nato Il diavolo ai giardini Cavour?
La genesi del Diavolo è molto semplice. Cercavo casa, e un amico immobiliarista mi ha detto, prima ancora che aprissi bocca, che lui avrebbe trovato la casa adatta a me, qualunque fosse stato il mio desiderio, ma proprio qualunque. D’istinto, ho pensato di chiedergli una casa in cui si fossero svolti fatti di sangue, o con dentro un cadavere, giusto per scherzare con la sua vanità. In realtà ho taciuto, ma mi sono riservato l’idea per il romanzo che poi è diventato Il diavolo ai giardini Cavour. Ma l’immagine di partenza, da sola, non basta a reggere l’intera opera, perché da solo, quell’embrione di storia, dissecca e si tramuta in una trovatina senza grandi ali. Attorno all’immagine di partenza, di solito, sviluppo un sistema di relazioni e di ricadute che si amplificano come la proverbiale pietra nello stagno, e lungo gli assi narrativi dispongo personaggi preparati con un attento impasto di dettagli, doti, caratteristiche tali per cui prendano corpo e fisicità senza diventare macchiette o, peggio, incarnazioni di concetti.

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Da una parte il personaggio di Vienna, l’uomo dalle ossa di vetro che mette al primo posto della sua scala di valori “l’umorismo e le cause perse”, dall’altra il Gufo, fragoroso e casinista. Uno pacato e l’altro beffardo, ma entrambi ironici a modo loro, come la tua penna. Una risata ci salverà?
Io sono per natura portato al dubbio e alla cautela in ogni tipo di affermazione e non amo chi snocciola con eccessiva facilità soluzioni e convinzioni assolute, ma se mai dovessi sbilanciarmi verso una certezza, allora sceglierei davvero l’umorismo come bussola, perno e centro di smistamento delle mie azioni. Con l’avvertenza che l’umorismo non esclude il tragico, ma al contrario lo attraversa e lo ribalta, cogliendolo in una posa ridicola. E se ci pensi, i nostri sensi, in termini biologici, sono attrezzati soprattutto per cogliere i contrasti (pensa a come scatta l’occhio se qualcosa si muove nell’angolo visivo), così, allo stesso modo, l’intelligenza è estremamente sensibile ai contrasti, alle differenze, ed è noto che tutto l’umorismo ruota intorno alla meccanica dei contrasti, dalle torte in faccia alle formule di Woody Allen: Dio è morto, Marx è morto e anch’io non sto molto bene. Dunque, direi che l’umorismo, per quanto difficile da catturare e mettere in forma, è biologicamente congeniale.

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Dal 2007 pubblichi ogni anno un romanzo giallo per Fratelli Frilli editori, e da poco è iniziata la collaborazione con E/O. Due case, due percorsi differenti?
Con i Fratelli Frilli pubblico la saga del Cardo, che è un clochard per scelta, sociofobico e ridanciano, un ubriacone che vive ai margini della società e che finisce di norma in pasticci molto più grandi di lui. Questo è il filone comico. Con E/O invece ho dato inizio alla trilogia esoterica alla quale ho affidato una modalità umoristica, ma senza un personaggio seriale. Con il Cardo adotto una lingua pirotecnica e colorita, per la E/O adotto uno stile di volta in volta adattato alla storia e ai personaggi. Ma vorrei dire che, in generale, il vero protagonista dei miei lavori è proprio la scrittura, vale a dire la ricerca meticolosa della forma più precisa per restituire tridimensionalità e spessore visivo al racconto, per cogliere con esattezza una luce, una sfumatura, un’esperienza sensoriale. Questa ricerca affascina ed estenua, ma regala gioie profonde, connesse con la felicità che dà una forma.

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La città di ambientazione del tuo romanzo – di tutti i romanzi –  non si limita a fare da sfondo, ma è una grande protagonista delle tue storie. Cos’è, per te, Torino?
Torino è la città in cui vivo da sempre, ma non è questo il succo. Ciò che conta, per me, è che i luoghi dell’azione narrativa non siano solo palcoscenico, ma assumano il ruolo di protagonisti, di artefici, al pari dei personaggi. Ciò vuol dire che nelle mie storie devono emergere non soltanto i tratti psicologici dei personaggi, ma anche la specificità dei luoghi, in questo caso la torinesità, il carattere della città, i tic, il clima, la luce, le mode culturali e via così.

In queste settimane sta uscendo su La Repubblica di Torino il tuo romanzo Genius Loci (ogni sabato fino al 25 agosto, ndr). Una scelta interessante, nel momento in cui la tecnologia virtuale domina anche in editoria, pubblicare un romanzo a puntate – e coinvolgere dei giovani disegnatori di talento…
La collaborazione con Repubblica è nata nel 2010, con un racconto. Poi è proseguita nel 2011 con il racconto in otto puntate dal titolo Cardo e i Mille, con umoristici agganci alle celebrazioni dell’Unità d’Italia. Quest’anno, sull’onda del Fantasma e del Diavolo, mi hanno chiesto qualcosa di esoterico, al mio modo umoristico, s’intende, e allora ho confezionato questo burlesco tentativo di risvegliare il genius loci cittadino sulla scorta di un misterioso rituale attribuito a Nostradamus… Il racconto è illustrato da otto giovani e bravissimi artisti dell’Accademia di Belle Arti di Torino, e ciò rende il testo cartaceo tanto più affascinante. In questo caso, la carta acquisisce un valore aggiunto e ha la meglio sulla editoria web.

Intervista a cura di Maria Stella Gariboldi

“Il diavolo ai giardini Cavour” di Massimo Tallone, E/O, pp. 288.


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