Cinema

Il dittatore del Wadiya

staff
22 giugno 2012

Dopo le allegre trasgressioni di Borat e Bruno, Sacha Baron Cohen veste i panni dell’Ammiraglio Generale Hafez Aladeen, il dittatore della fittizia nazione nord-africana Wadiya: vive in un palazzo enorme, doma le folle ammirate dei suoi fedeli sudditi ed ha rapporti sessuali  con numerose star internazionali, a giudicare dal suo muro di Polaroid post-sesso. Ma il premier Tahir (Ben Kingsley) trama per rovesciarlo, e incoraggia Aladeen ad affrontare l’ONU: qui il dittatore, dopo che un uomo della sicurezza (John C. Reilly) gli taglia la barba, si ritrova sperduto per le strade di Manhattan mentre in pubblico è impersonato da un sosia manovrato da Tahir. Sarà l’altruistica attivista Zoey (Anna Faris) a prendersi cura di lui.
La commedia diretta da Larry Charles va a colpire tutti gli stereotipi del mondo arabo, come l’accusa di misoginia, violenza gratuita e amore per le armi di distruzione. E se Aladeen è determinato a far sì che l’assurda e insensata democrazia entri nel suo Paese, il film ci spinge a chiederci cosa sia davvero la democrazia, perché bisogna lottare per essa e soprattutto: l’occidente vive davvero in democrazia? Nel discorso finale alle Nazioni Unite dell’Ammiraglio Generale wadiyano, Baron Cohen vuole sottolineare che anche i “democratici” Stati Uniti in questo momento storico sono un sistema tirannico, considerandole detenzioni indefinite e barbare, le disuguaglianze economiche e osservando come le situazioni di vita reale mettano in luce le iniquità e le ingiustizie della nostra società.
Una pecca del film, tuttavia, può essere data dal ritmo generale della pellicola, che è un po’ incostante, mentre i suoi bersagli si discostano abbastanza dallo stile dei precedenti “Ali G” o “Borat – Studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan” che tanto hanno fatto presa sul pubblico.

 

Giorgio Raulli


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