Musica

Il “Don Carlo” di Verdi torna alla Scala

Elsa Galasio
14 ottobre 2013

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Il teatro alla Scala chiude in bellezza la stagione dedicata all’anno verdiano mettendo in scena due dei più bei capolavori del compositore parmense: Don Carlo e Aida.

Le due opere, composte una successivamente all’altra e considerate come lavori degli anni della maturità verdiana, rappresentano il culmine massimo del genio musicale, non solo per gli elementi compositivi moderni, ma anche per gli aspetti psicologici che caratterizzano i personaggi.

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Il soggetto del Don Carlo, tratto dal Don Carlos, Infant von Spanien di Friedrich Schiller, è una poderosa raffigurazione della situazione socio-politica spagnola durante gli anni drammatici dell’inquisizione della seconda metà del XVI secolo; la trama ruota intorno all’amore impossibile di Don Carlo, figlio di re Filippo II, per la moglie del padre, Elisabetta di Valois, e al concetto d’inconciliabilità tra ragion di Stato e inclinazioni personali.
La prima versione dell’opera andò in scena nel 1867 a Parigi; ne seguirono altre due versioni, la prima, tradotta in italiano da Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, fu rappresentata alla Scala nel 1884 in formato ridotto e la seconda, più simile all’originale ma priva delle danze francesi, fu messa in scena a Modena nel 1886.

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E proprio sabato 11 ottobre il sipario del Teatro alla Scala si è aperto per riproporre al pubblico milanese la versione più apprezzata del Don Carlo, ovvero quella del 1884 in quattro atti, diretta quest’anno dal Maestro Fabio Luisi.
Per quanto riguarda la regia e la scenografia si fa riferimento all’allestimento del 2008, curato dalla regia di Stéphane Braunschweig, le luci di Marion Hewlett e i costumi di Thibault Van Craenenbroeck.
É uno spettacolo musicalmente molto corretto e scenicamente essenziale e geometrico, sicuramente ben lontano dal Verdi dello stile romantico della “trilogia popolare” (Rigoletto, Trovatore e Traviata). I personaggi, interpretati dalle belle voci di Renè Pape, Martina Serafin, Ekaterina Gubanova, Fabio Sirtori e Massimo Cavalletti, sono messi ripetutamente alla prova, dal legame genitoriale, dal dovere verso il Regno e dal rispetto per la Chiesa. Assistiamo ad un continuo struggersi davanti ai doveri morali a discapito delle pulsioni naturali e del sentimento; un dramma psicologico più vicino al teatro moderno che al classico romanticismo ottocentesco.

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Quello che più colpisce in Don Carlo è il rapporto di amicizia tra il protagonista e Rodrigo, Marchese di Posa: è inusuale trovare un legame di lealtà così profondo e marcato nella storia dell’opera italiana, legame che porterà al sacrificio del marchese per la vita di Carlo. Questo vincolo, suggellato da un patto sincero e raffigurato da un motivo musicale che perdurerà per tutta l’opera, è senza dubbio il più autentico e genuino del libretto.

Il pubblico scaligero, accorso in gran numero, ha apprezzato lo spettacolo ben riuscito ma privo di particolari guizzi artistici. I loggionisti si accontentano menzionando il grande “Don Carlo” diretto dal Maestro Abbado nel ’77 e interpretato dal grande Carreras. Si sa, il Teatro alla Scala è uno dei teatri più difficili da soddisfare, ma si sa altrettanto bene che la sala registra il tutto esaurito ad ogni alzata di sipario.

Elsa Galasio


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