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Cinema

Il dramma in una stanza

Giorgio Raulli
3 marzo 2016

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Il piccolo Jack (Jacob Tremblay) è nato e cresciuto per 5 anni nella “stanza”, un piccolo capanno in cui è rinchiuso insieme alla madre Joy (Brie Larson), rapita da un uomo 7 anni prima mentre andava a scuola e che abusa regolarmente di lei. La mamma cresce Jack in una favola in cui fuori dalle mura c’è lo spazio e in cui la TV trasmette magicamente immagini di un mondo inesistente. Una vita fatta di routine e di umilianti angosce per Joy, che ai limiti della disperazione inizia ad escogitare un piano per far scappare fuori almeno suo figlio, ma prima deve convincerlo della vera realtà delle cose.

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Il regista irlandese Lenny Abrahamson racconta una tragica storia tratta dal romanzo Stanza, letto, armadio, specchio scritto da Emma Donoghue nel 2010 (la scrittrice canadese ha curato anche la sceneggiatura del film), che aveva tratto ispirazione dall’atroce caso Fritzl, che colpì gli austriaci, e non solo, nel 2008. Se da un lato il libro e il film Room riducono fortemente i crimini da raccontare rispetto ai fatti di cronaca (in cui un padre, se così si può chiamare, aveva segregato la figlia per 24 anni e ne abusava), dall’altro però gli elementi chiave della prigionia, della claustrofobia, della sottomissione ad una vita insensata funzionano perfettamente sullo schermo.

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La struttura del libro divisa in due permette al regista di realizzare due film in uno. Dato che il punto di vista è sempre quello del bambino, nella prima parte ogni azione avviene dentro la “Stanza”, un luogo d’angoscia che diventa un vero e proprio personaggio che aleggia per tutta la durata del film, come un fantasma di cui è impossibile liberarsi; in una prima metà il pubblico assiste ad un thriller claustrofobico, in cui tutta la verità sul dramma della segregazione viene scoperto pian piano, una prigionia che però viene fuori con decisione fin dalla prima sequenza, in cui il regista non è chiaro sull’ambiente circostante ma si sofferma sulla normale routine mattutina di una madre con un figlio, lasciando poi alla consapevolezza del pubblico che lo spazio circostante è tragicamente sempre lo stesso.

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Quando alla fine della prima ora tutto sembra finito, ecco che altri 60 minuti aprono le porte al dramma psicologico, al difficile recupero per le due vittime protagoniste di questa vicenda: da una parte il piccolo Jack che se inizialmente resta sconvolto dal mondo esterno (quasi preferiva la “Stanza”) poi si lascia conquistare da ogni esperienza possibile e dal contatto con gli altri; dall’altra c’è la madre Joy che, dalla repulsione per quella prigionia e dalla felicità della libertà ritrovata, si lascia lentamente conquistare dalla depressione e dal tormento per quella vita esterna, normale, da quel mondo che è andato avanti anche senza di lei.

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Room racconta dell’amore tra madre e figlio, di come possa sopravvivere a tutto e di come sia tutt’altro che a senso unico, nel bene e nel male. Il film funziona e non annoia nonostante la serietà dell’argomento, aiutato anche dal cast che, oltre ai due protagonisti, vede in ruoli marginali ma efficaci anche Joan Allen e William H. Macy. Nelle sale italiane dal 3 marzo, la pellicola di Abrahamson era stata candidata in 4 categorie agli Oscar 2016, aggiudicandosi la statuetta per la Miglior attrice protagonista grazie all’interpretazione di Brie Larson.


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