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Il figlio della mezzanotte: intervista a Satya Bhabha

Virginia Francesca Grassi
7 giugno 2013

Al cinema è Saleem Sinai, il ragazzo di Bombay protagonista de “I figli della Mezzanotte” di Deepa Metha, adattamento per il grande schermo dell’omonimo best seller di Salman Rushdie.

Dall’infanzia cosmopolita in giro per il Mondo agli studi a Yale, dalle scene teatrali di Londra e New York fino ai red capret internazionali: Satya Bhabha ci ha raccontato della sua promettente carriera e di come ha riscoperto la parte più indiana di se stesso.

1- Hai studiato Teatro a Yale e  poi hai lavorato sui palcoscenici di Londra e New York. Come sei approdato al mondo del cinema?
Il primo film in cui ho avuto l’occasione di recitare è stato “Scott Pilgrim Vs The World” di Edgar Wright, uscito nel 2010, che ho girato mentre vivevo a New York. Era un ruolo secondario, ma ha richiesto una lunga preparazione e la possibilità di lavorare con i miei compagni di cast è stata fondamentale. Mi è molto piaciuto. Poi ho deciso di trasferirmi a Los Angeles  per concentrarmi maggiormente sulla recitazione cinematografica.

2- E poi quand’è che hai incontrato Deepa Metha?
Mi trovavo a Toronto e avevo appena recitato a New York con un attore che aveva già lavorato per Deepa. E’ stato lui a suggerirle di incontrarci e così abbiamo pranzato assieme.
Insomma, è cominciato tutto con un’insalata e una bistecca nel gelo di Toronto…In realtà non abbiamo parlato né del libro né del film per tutto il tempo, ma semplicemente dell’amore che da sempre ci legava alla città di Mumbai. Credo che sia stato in quel momento che Deepa ha cominciato a vedermi come il suo potenziale Saleem!

3- Pare che la tua storia d’amore con “I Figli della Mezzanotte” sia cominciata ben prima dell’ideazione film: ho letto di un tuo zio che nel romanzo è diventato uno dei personaggi, Ciro il Grande…
Sì, ogni membro della mia famiglia ha amato intensamente e vissuto questo libro ben prima che si cominciasse a pensare ad un film. Io l’ho letto all’età di dieci anni, dopo che i miei genitori me lo avevano consigliato innumerevoli volte. Mi ha conquistato sin da subito…

4- Come è stato lavorare a contatto con Salman Rushdie?
Ci siamo incontrati per la prima volta a New York e abbiamo avuto una lunghissima discussione sui dettagli del libro e il lavoro di adattamento cinematografico. Ma in realtà ci siamo conosciuti meglio solo quando il film è uscito nelle sale e abbiamo cominciato viaggiare tra festival e proiezioni. Ovviamente è sempre stato molto impegnato nel casting e nella sceneggiatura, ma non c’era durante le riprese in Sri Lanka e quindi non abbiamo avuto l’opportunità di lavorare gomito a gomito.

5- Beh, penso che sia stato molto difficile adattare un romanzo di quasi 700 pagine in un film. Ci sono state delle scene che sono state tagliate, ma che avresti voluto fossero state mantenute anche nella versione cinematografica?
Ci sono state molte scene importanti che non abbiamo girato, e altre che nonostante avessimo girato non sono state utilizzate nella versione finale del film. Ad esempio la scena in cui io dichiaro il mio amore a mia sorella, Amina Sinai, era una delle mie preferite…
In ogni caso penso che il lavoro di Deepa, Salman e di tutto il team editoriale sia stato ottimo nel rendere il più possibile compatta e scorrevole la narrazione, mantenendo al contempo il tono elaborato del romanzo.

6- Come ti sei preparato per il ruolo di Saleem Sinai? E come hai lavorato assieme a Darsheel Safary, il giovane attore che interpreta Saleem bambino?
Ci è voluta una lunga preparazione – dallo studio della lingua Hindi a quello della storia dell’India, fino ad intraprendere un lungo viaggio attraverso il Paese per potermi calare al meglio nel ruolo.
Poi io e Darsheel abbiamo trascorso molto tempo assieme, discutendo di come avrebbe dovuto essere Saleem, dell’idea che c’era dietro al personaggio, per essere sicuri di essere sulla stessa lunghezza d’onda e di avere lo stesso approccio intellettuale ed emozionale. E’ stato un lavoro interessante e ci siamo molto divertiti.

7- Saleem è un personaggio complesso, enigmatico, dalle molte sfaccettature. Ed entrambi avete un background multiculturale, una vita vissuta in diversi Paesi. Lo senti un anima affine, con cui hai qualcosa in comune?
Certamente…Anche se non sono propriamente indiano, lo sento molto simile a me. Ho avuto tutta una serie di esperienze formative simili a quelle di Saleem, tra cui dovermi spesso trasferire in diverse città e Paesi quando ero piccolo e dover essere capace di ricreare ogni volta da capo un senso di appartenenza e di “casa” nei vari luoghi che mi hanno visto crescere.

8- Sei andato in India alla ricerca del mondo di Saleem Sinai e di Salman Rushdie, ma delle tue radici culturali…Come ti ha influenzato questa esperienza? Qual è ora il tuo rapporto con l’India?
Senz’altro il mio legame con l’India, e anche con i miei parenti che vivono lì, è drasticamente cambiato durante e dopo la realizzazione del film. Può essere un Paese difficile per uno straniero in visita, e nonostante i miei legami di sangue prima non avevo mai sentito un rapporto di appartenenza forte, per così dire autonomo, a quei luoghi. Poi c’è stato il film ed è cambiato tutto. Adesso so parlare un po’ in Hindi, riconosco le vie di Mumbai, mi so orientare in molte altre città indiane: sento di essermi davvero avvicinato alla parte più indiana di me stesso.

9- Nuovi progetti per il futuro?
In questo momento sto recitando in una serie televisiva, “New Girl”, e sto lavorando a diversi progetti teatrali e cinematografici, tutti in corso di realizzazione.

Intervista curata da Virginia Grassi


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