Cinema

Il film n°8 di Tarantino

Giorgio Raulli
4 febbraio 2016

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Dopo la fine della guerra di secessione, il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) e la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) viaggiano su una diligenza verso la città di Red Rock, dove la donna verrà consegnata alla giustizia. Trovandosi ad attraversare le innevate lande del Wyoming, con una tremenda bufera alle porte, sul loro cammino Ruth accetta di aiutare il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), ormai anche lui noto cacciatore di taglie, e in un secondo momento anche Chris Mannix (Walton Goggins), sedicente futuro sceriffo di Red Rock. Il gruppo trova rifugio presso la “Merceria” di Minnie, dove vengono accolti da uno sconosciuto messicano, Bob (Demian Bichir), e da altri tre ospiti del negozio, il boia di Red Rock Oswaldo Mobray (Tim Roth), il mandriano Joe Gage (Michael Madsen) e un generale della Confederazione, Sanford Smithers (Bruce Dern). I 9 (con loro c’è anche il cocchiere della diligenza di Ruth) restano bloccati sotto lo stesso tetto, ciascuno diffida dell’altro e ciascuno cova in segreto secondi fini.

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Quentin Tarantino ha scelto di allestire una vera e propria piece teatrale, ponendo sulla scena 8 protagonisti (escludendo il conducente della diligenza, che in effetti di “hateful” non ha niente) per il suo ottavo film. In 3 ore di The Hateful Eight – che non sono poche – il regista porta lentamente tutti i personaggi sotto lo stesso tetto: come nel più classico dei romanzi gialli, attraverso dialoghi e comportamenti dei protagonisti il pubblico impara a conoscerne la natura e a farsi delle idee sugli sviluppi. Tutti in qualche modo sono connessi gli uni agli altri, tutti mentono, tutti hanno regioni per commettere una brutalità. Anche la bufera di neve che imperversa fuori dalle quattro mura è un tipico elemento “giallo”, quella causa di forza maggiore che costringe 8 persone pericolose a stare insieme più a lungo del dovuto.

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Tarantino opera diversamente dal passato, anche se mantiene alcuni dei suoi segni distintivi d’autore: dai dialoghi serrati e articolatissimi all’ottima recitazione, dalla colonna sonora ben studiata (di Ennio Morricone) alle elaborate coreografie di sangue (lasciate al solo finale del film); si differenzia dal solito invece nel ritmo notevolmente pacato, nella sceneggiatura molto teatrale, nella storia atipica e soprattutto nella linearità della narrazione. Quest’ultimo in particolare è un aspetto insolito nel cinema tarantiniano, tanto che la distinzione in 5 capitoli diventa qui una semplice firma d’autore più che una necessità per la storia; è vero che in un paio di casi ci sono dei salti temporali, ma passano più come flashback o anche cambi di prospettiva di una stessa scena, ma nulla di più.

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The Hateful Eight lascia sicuramente perplessi, poiché sembra voler cercare un compromesso tra il pulp e lo splatter con tematiche molto serie, sulle quali i personaggi si esprimono costantemente nella loro avidità e arroganza, tutti. La pellicola, un western “natalizio”, parla con forza della giustizia, ma il finale rivela chiaramente che non esiste nessuna giustizia che possa subordinare la follia umana; forse solo la misericordia divina, rappresentata pienamente dalla lunga panoramica iniziale che vede protagonista un crocefisso ricoperto di neve.
Altro segno che il regista abbia investito molto della sua autorialità e della sua filosofia in questo film, è la ricercata scelta del formato in pellicola da 70mm per creare un’esperienza ad hoc per il pubblico, esclusivamente per cinema limitati.

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Il film è nelle sale italiane, in digitale, dal 4 febbraio, mentre è stato disponibile in 70mm a partire dal 29 gennaio in soltanto 3 cinema sul nostro territorio: Roma, Melzo (MI) e Bologna. È candidato agli Oscar 2016 per la Miglior attrice non protagonista, Miglior fotografia e Miglior colonna sonora.


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