Il mio punto di vista

Il “fioretto” per stare meglio

Gabriella Magnoni Dompé
13 dicembre 2012

Sentirsi buoni a Natale. Un cliché banalisticamente abusato che, proprio per essere divenuto tale, sembra addirittura aver perso tutti valori positivi con cui era nato.
Il Natale è diventata la festa del consumismo e del buonismo ostentato, qualcosa di così diverso da quello che era fino a pochi decenni fa, un’occasione che rischia di rimanere, per i cosiddetti “benpensanti”, il momento più scontato per dover dimostrare a tutti i costi di essere buoni e generosi.
Personalmente trovo tutto questo terribilmente finto, sorpassato, se così si può dire. A mio giudizio il vero “fioretto” del Natale dovrebbe consistere nel gioire per quello che si ha, per quello che si è, per quello che si vuole diventare. Mettendo da parte invidie, bramosie, controversie, il più delle volte superficiali. Facciamo un “fioretto” che consista nell’essere felici. Felici anche di poco, felici anche di tanto – non importa.

In questo periodo dell’anno penso che la cosa più genuina sia pensare agli altri, a coloro che fanno parte della nostra vita, a coloro che sono importanti, che ci riempiono il cuore e ci donano quotidianamente un sorriso. Senza peccare di ipocrisia, per cui “basta il pensiero”, questo rivolgersi a chi ci sta intorno è anche una questione economica, consumistica, appunto. Spendere i propri soldi per un’altra persona è un mezzo per concretizzare il nostro affetto, e può essere visto anche come una piccola – o grande – rinuncia a qualcosa che desideriamo per noi stessi per poterne far dono. Attualmente il fare regali è poi un modo per aiutare la nostra economia. Perchè vedere il consumismo solo – e dico solo – come un gesto individualistico ed esecrabile?

Pensare al proprio prossimo significa metterlo al centro delle nostre attenzioni, donare qualcosa di particolare, adatto, ragionato. Per me significa anche accompagnare il cadeaux natalizio con un biglietto realmente sentito. La vita frenetica della contemporaneità ci rende schiavi dell’orologio, sempre in qualche modo debitori di un tempo che non abbiamo; dedicare questo tempo “rubato” ad esprimere i nostri sentimenti, senza fronzoli, senza retorica, è già questo un piccolo sacrificio, una piccola dimostrazione d’amore. Fermarsi cinque minuti, prendere in mano la penna e non limitarsi ad un arido “Buon Natale” – o “sereno”, “splendido”, “gioioso”, che dir si voglia – è di per sé il ritorno a dei valori che sembrano ormai spariti, far riaffiorare un rapporto con se stessi e con gli altri che va ben al di là della mera spesa economica.

Sono stufa di dover pensare per forza al Natale come ad un momento in cui dobbiamo necessariamente sentirci in colpa per quelli che stanno peggio di noi. Pensare, riflettere e stare con le mani in mano non serve proprio a nulla.

Facciamo allora un altra piccola promessa per Natele: evitiamo il perbenismo di facciata e quelle irritanti frasi fatte che non giovano davvero a nessuno – se non forse a chi le dice, lavandosi per un istante la coscienza. Pensiamo realmente ad agire, a fare qualcosa per far stare bene chi è più vicino a noi. Solo partendo da ciò che è più vicino si può arrivare al più lontano e al “grande” risultato. Il mare è fatto di gocce.
Questo non significa affatto dover dedicare interamente il proprio tempo a grandi o piccole cause umanitarie. Basta concedersi anche solo un caffè per ricucire gli strappi con qualcuno che si è allontanato dalla nostra vita. Basta saper prendere il telefono per dire un semplice scusa. Basta ricompensare con un abbraccio qualcuno che ci è stato sempre accanto e che qualche volta trascuriamo.

Viviamo il Natale non soltanto come festa per i bambini, ma anche come festa per noi adulti con la consapevolezza che si tratta di un evento unico, di una tradizione che – al di là della religiosità – dovrebbe farci provare dei sentimenti universalmente condivisi, gli stessi che ci accomunano come esseri umani.

Gabriella Magnoni Dompé