Letteratura

Il monologo perfido e tenero di una bibliotecaria disperata

staff
26 febbraio 2012

Nel seminterrato di una biblioteca francese lavora una donna silenziosa, se non invisibile. Il suo è un piccolo mondo, confinato tra le segnature 900 e 910 del codice di classificazione Dewey, quello riservato ai libri di geografia. Vorrebbe tanto trovarsi al pianoterra, tra letteratura e filosofia, eppure si prende ugualmente cura – con una meticolosità che rasenta l’ossessione – della fetta di sapere che le è stata affidata. Ha terrore del disordine e detesta gli schiamazzi, la distrazione, la superficialità dei frequentatori della sua biblioteca. Un tempo era innamorata, ma ora evita gli uomini, come evita le vacanze, gli spostamenti in macchina e la compagnia in generale.
È il ritratto della tipica bibliotecaria acida e supponente, un personaggio macchiettistico al massimo grado: elitarista della cultura, snob verso chi ritiene esserle intellettualmente inferiore, ferocemente invidiosa di chi crede migliore di lei.
È una donna che, per sdegnosità o per incapacità sociale, non ha contatti con le altre persone, fino a che il caso le fa incontrare un uomo che ha passato la notte tra gli scaffali dei suoi amati libri. In questo incontro – inaspettato, provvidenziale, ma che lascia col dubbio permanente di essere anche immaginario, se non allucinatorio – la cinica bibliotecaria coglie l’occasione per lasciarsi andare a un monologo travolgente. Una sessantina di pagine vorticose, in cui la protagonista non risparmia le sue accuse verso i lettori, i frequentatori di biblioteche, le stesse addette al settore, schizzinose e incapaci di comprendere l’alta missione che è stata loro affidata.
“La custode di libri” è un libriccino che si legge velocemente, correndo insieme alla parlantina sciolta della protagonista e alla foga delle sua confessioni; ma che lascia l’impressione di aver assimilato molti spunti su cui riflettere. Un risultato molto pregevole, soprattutto considerando che si tratta dell’opera prima di una trentenne di Lione, Sophie Divry.
Nel suo seminterrato che richiama piuttosto un certo sottosuolo, la protagonista senza nome rischia inevitabilmente di urtare la sensibilità dei lettori, che per statuto si approcciano a un libro convinti delle proprie capacità e della propria passione per la lettura, per poi assistere a un monologo colmo di tirate contro la stessa categoria di cui si sentono parte. Ma è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la facciata di astio ha dei punti deboli in cui l’intonaco sta per cedere. Dietro si intravede una gran fragilità, una inettitudine, forse. E addirittura la passione per un giovane studioso di cui la bibliotecaria osserva morbosamente attratta la nuca, lasciandosi andare a fantasie erotiche che coinvolgono – c’era da aspettarselo – anche i libri.
Un esordio onesto, leggero eppure ricco: non mancano le provocazioni, l’ironia, ma neppure la tenerezza e l’empatia per una protagonista piccola piccola, tanto che verrebbe voglia, una volta cessato il fiume in piena delle sue parole, di stringersela tra le braccia.

 

Maria Stella Gariboldi

“La custode di libri”, di Sophie Divry, traduzione di Giusi Barbiani, Einaudi, pp.72.


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