Fotografia

Il Novecento in bianco e nero

Alberto Pelucco
2 settembre 2015
Untitled, Boulder, Colorado, 1972–1975/1999 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien

Untitled, Boulder, Colorado, 1972–1975/1999
Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper
© Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien

Psicologia, etnologia, Surrealismo, strutturalismo e un filo di ribellione tipico degli anni Settanta. C’è tutto il Novecento nell’arte di Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen, protagoniste della mostra fotografica “Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen – Opere dalla Collezione Verbund”, allestita fino al 20 settembre allo spazio d’arte contemporanea Merano Arte.

Nata a Detroit il 3 Aprile 1958, Francesca Woodman riceve la sua prima macchina fotografica in regalo a tredici anni, ma – pur giovanissima – sa già cosa chiedere al mezzo, come usarlo, quale luce e inquadratura sfruttare. A quindici anni ecco degli scatti, dove immagini spettrali in bianco e nero del suo corpo nudo (possibili grazie alla tecniche e della lunga e doppia esposizione) contrastano con l’ambiente circostante, dalla linea invece ben definita.

Untitled, Rome, Italy, 1977–1978/2006 Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper © Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien

Untitled, Rome, Italy, 1977–1978/2006
Schwarz-Weiß-Silbergelatineabzug auf Barytpapier/ Black-and-white gelatin silver print on barite paper
© Courtesy George and Betty Woodman, New York / SAMMLUNG VERBUND, Wien

Identificare delle linee-guida univoche nell’arte di Francesca è operazione tutt’altro che semplice. Da artista sempre enigmatica, la Woodman rifiuta il compiuto, abbracciando il frammentario. Nelle foto il suo corpo non appare mai per intero, perché l’artista lo considera – come anche il proprio Io – in perenne metamorfosi. Ciononostante, dalle espressioni facciali e dalla scelta delle ambientazioni, emerge un’angoscia esistenziale che cerca di dare unità, una fisionomia al proprio Io, catturando sulla pellicola la propria persona, per arrestarne la metamorfosi. Per Francesca, corpo e mondo sono costituiti dalla stessa materia e ciò implica un’immersione del primo nel secondo. Corpo e mondo condividono i mutamenti delle cose, suscitando nell’artista una forte attrazione per gli interni abbandonati e ricchi di vissuto. Sono ambienti domestici vuoti e decadenti, perfetto emblema della caducità del corpo, dove l’anima si muove smarrita. Quello dell’artista è uno spirito costretto in una prigione di carne, consapevole che, chiuso lì dentro, potrà deteriorarsi e che, quasi per sottrarsi all’ineluttabile, cerca di imprimere traccia del suo passaggio sulla pellicola. In breve, una simbiosi, dove non c’è un dentro e un fuori, ma un legame che ci fa sentire parte del tutto. Questo senso di unità non manca mai nei lavori della Woodman che, nella fase finale della sua produzione, ha affiancato figure geometriche alle sue fotografie, per sottolineare il suo disagio nei confronti di un mondo perfetto, definito che tenta di assorbire il suo corpo mutevole.

Birgit Jürgenssen Nest, 1979 S/W-Fotografie © Estate of Birgit Jürgenssen / Bildrecht, Wien, 2015 / Sammlung Verbund, Wien

Birgit Jürgenssen
Nest, 1979
S/W-Fotografie
© Estate of Birgit Jürgenssen / Bildrecht, Wien, 2015 / Sammlung Verbund, Wien

Nata il 10 aprile 1949 a Vienna, Birgit è stata insegnante di arti applicate e docente di lungo corso all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Affascinata dai surrealisti e dagli studi etnografici di Claude Lévi-Strauss, nel 1988 fonda un gruppo di artiste donne con il quale espone in numerose mostre. Nel 2001 si scopre un cancro al pancreas, che l’anno dopo la porterà alla morte. Artista eclettica, ha adottato molti linguaggi espressivi, compresa la fotografia. Se negli acquerelli la ricorrenza quasi ossessiva di scarpe di ogni foggia e colore, il tratto infantile e i colori pastello danno vita una galleria di oggetti da “stanza delle bambole”, ben altro messaggio comunicano le foto, caratterizzate da ambiguità dei soggetti, frequenza di parti anatomiche e giustapposizione dell’immagine femminile ad un teschio. Come per la Woodman, il corpo non è mai visto intero, ma labbra, fessure, orifizi sigillati o cuciti rivelano una dolente e muta denuncia, nel caso della Jürgenssen, verso i pregiudizi contro la donna e gli stereotipi sessuali. Pur condividendo l’idea che “la questione dell’identità personale oggi non è più chi sono? Bensì piuttosto dove sono?”, la base surrealista del proprio lavoro e la concezione del corpo come tramite di concetti, le due artiste hanno una visione totalmente diversa della fotografia. Per Francesca, è la confidente che restituisce una testimonianza emotiva della sua vita. È l’alleato che conserva l’immagine della sua persona, in linea con la convinzione, risalente al periodo della nascita dell’arte fotografica, che gli scatti catturassero l’anima di chi era ritratto. Invece, Birgit, se e quando se ne serve, fa del fotografare più un supporto per un’idea, un’azione. Il lavoro dell’artista viennese trae ironico spunto dai meccanismi dell’immagine pubblicitaria e della moda. Ella si traveste, i suoi oggetti sembrano incubare il gene di una mostruosa evoluzione. Propone degli ibridi (donna-animale), risvegliando una strana manifestazione fisica dell’anima, dalle sembianze animalesche. O realizza delle scarpe-scultura (Schuhwerk) prive di funzionalità ed estetica, come la scarpa incinta o quella con le ali. Stile Man Ray è invece l’autoscatto del 1979, dove la Jürgenssen mostra la schiena con la scritta “Ognuno ha il suo punto di vista”: è un voltare le spalle all’opinione comune, vedere le cose da una diversa prospettiva, in contrasto con il pregiudizio del mondo comune. Lo stesso che alimentava il disagio interiore di Francesca, morta suicida a 22 anni.

 

Francesca Woodman e Birgit Jürgenssen – Opere dalla Collezione Verbund
27 giugno – 20 settembre 2015
Merano Arte – Edificio Cassa di Risparmio, via Portici 163, 39012 Merano (BZ)
Orari:
10.00 – 18.00, lunedì chiuso

Biglietti:                      
intero Euro 6,00
ridotto per over 65/guestcard/gruppi/persone diversamente abili Euro 5,00
ridotto per studenti fino ai 26 anni Euro 2,00
gratuito per under 14, stampa, soci AMACI

Info:
Web: www.kunstmeranoarte.org
Mail: info@kunstmeranoarte.org
Tel. 0039 0473 212643


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