Fotografia

Il razzismo: fotografia dell’odio umano

Alberto Pelucco
10 giugno 2015

Tra le pagine più ributtanti della storia umana, un posto in prima fila merita il razzismo. In queste foto ripercorreremo alcuni degli episodi e degli attori, principali e non, che hanno legato il loro nome alla discriminazione razziale.

Elizabeth and Hazel, September 4, 1957 (Photo: Will Counts Collection, Indiana University Archives)

Elizabeth and Hazel, September 4, 1957 (Photo: Will Counts Collection, Indiana University Archives)

La prima protagonista è la quindicenne Elizabeth Eckford, che il fotografo Will Counts ritrae mentre, schernita, cerca di entrare a scuola. A lei e ad altri nove studenti fu inizialmente impedita l’ammissione alla Central High School, una scuola separata, in Arkansas. I ragazzi poterono accedere alla scuola solo dietro la protezione di truppe militari inviate dal presidente Eisenhower. La studentessa urlante al centro è Hazel Bryan Massery, che più tardi si scusò. Le due ragazze divennero amiche nel 1998, dopo che Counts ebbe scattato loro una seconda fotografia insieme, a simboleggiare una riconciliazione nel quarantesimo anniversario dell’integrazione nelle scuole. Ora Elizabeth vive a Little Rock, dove lavora come funzionario sorvegliante le persone in libertà vigilata.

Elliott Erwitt - North Carolina 1950 (Credits Elliott Erwitt)

Elliott Erwitt – North Carolina 1950 (Credits Elliott Erwitt)

Celebre è anche l’immagine di Elliott Erwitt, che ritrae una stanza con due rubinetti, uno pulito con la scritta “white” a sinistra e uno sporco a destra con la scritta “colored”, con un afroamericano chinato a dissetarsi. La foto è stata scattata nel 1950 in Nord Carolina, durante l’epoca segregazionista di Malcom X, Martin Luther King, ma anche del Ku Klux Klan. Le persone di colore non potevano mangiare negli stessi ristoranti dei bianchi, né viaggiare sugli stessi pullman. Erwitt sintetizza tutta l’atmosfera razziale di quegli anni, ma anche l’assurdità dei fondamenti del segregazionismo, esemplificata dal fatto che l’acqua che rifornisce i due lavandini separati proviene da un unico tubo, non da due. L’acqua è unica, come unica è la stirpe umana.

Prigionieri di guerra che non si piegano: Horace Greasley sfida Heinrich Himmler. Photo: Eugene Henderson (Credits @ The Telegraph)

Prigionieri di guerra che non si piegano: Horace Greasley sfida Heinrich Himmler. Photo: Eugene Henderson (Credits @ The Telegraph)

Interessante la storia della foto con protagonisti Heinrich Himmler, capo delle SS, e Horace Greasley, colti mentre durante un ispezione a un lager si guardano con tono di sfida. Greasley si rese conto solo in un secondo momento di chi fosse Himmler: al momento dello scatto, stava protestando per avere più cibo per i prigionieri, dopo essersi tolto la camicia per mostrare quanto fosse magro. Greasley accumulò ben 200 tentativi di fuga dai campi di prigionia, solo per ritornarvi ogni volta. La ragione delle continue fughe era Rosa Rauchbach, una ragazza tedesca con cui aveva una storia d’amore. Fu in un campo nei pressi di Lamsdorf che Greasley incontrò la diciassettenne Rosa, figlia del direttore della cava di marmo adiacente. Un anno dopo fu trasferito a Freiwaldau, a 40 miglia da Auschwitz. L’unico modo per portare avanti la relazione era evadere: Greasley aveva calcolato che le assenze di breve durata potevano essere mascherate o passare inosservate. I messaggi tra lui e Rosa venivano spesso consegnati dai membri dei partiti di lavoro esterni. Dal canto suo, l’amata di nascosto forniva cibo e attrezzature ai prigionieri. Liberato il 24 maggio 1945, Greasley mantenne la corrispondenza con Rosa anche dopo la fine della guerra, fino a quando ella morì di parto, e con lei il bambino.

Black Power 1968 (Credits AP/ Associated Press)

Black Power 1968 (Credits AP/ Associated Press)

Indimenticabile è l’immagine del “Black Power”: durante la premiazione dei 200 metri piani ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968, il vincitore Tommie Smith (che segnò il record del mondo battuto soltanto 11 anni dopo dall’azzurro Pietro Mennea) e il suo connazionale John Carlos, terzo classificato, alzarono il pugno chiuso in appoggio alle lotte per il potere nero. I due si ersero sul podio il 16 ottobre 1968, con i pugni alzati, i guanti neri (simbolo del “Black Power”), i piedi scalzi (segno di povertà), la testa bassa e una collanina di piccole pietre al collo (“ogni pietra è un nero che si batteva per i diritti ed è stato linciato”). Smith e Carlos facevano parte dell’Olympic Project for Human Rights, fondato nel ‘67 dal sociologo Harry Edwards per boicottare i Giochi. Gli aderenti portavano il distintivo, una sorta di coccarda, che volle indossare anche il secondo classificato, l’australiano Peter Norman, per solidarietà. Prima della gara, Carlos si accorse di aver dimenticato i suoi guanti neri, mentre Smith aveva con sé quelli comprati dalla moglie Denise. “Mettetevene uno tu e l’altro tu”, suggerì Norman. Per non aver rispettato la “bandiera a stelle e strisce” e i giochi olimpici, gli atleti furono ritirati dalla staffetta, banditi dal villaggio olimpico ed espulsi dal team.

John M. Chivington. Autore Ignoto, dominio pubblico

John M. Chivington. Autore Ignoto, dominio pubblico

L’ultima immagine proposta ritrae John M. Chivington, militare statunitense artefice del massacro di Sand Creek del 29 novembre 1864, quando le sue truppe colpirono un villaggio Cheyenne.

Al tempo della febbre dell’oro, iniziata a fine anni Cinquanta, gli scontri tra minatori e nativi stavano mettendo in pericolo i percorsi delle locomotive lungo le pianure dell’est del Colorado. John Evans, governatore del territorio, mandò Chivington alla guida di un esercito contro gli indiani. Uno dei capi Cheyenne del sud, Pentola Nera, chiese di sospendere le ostilità; poco dopo, la sua tribù si spostò sul fiume Sand Creek. Il campo indiano, situato in un’ansa, era privo di sentinelle notturne, poiché gli indiani si fidavano dei colonizzatori. C’erano circa seicento Cheyenne, quasi tutti bambini e donne, visto che la maggior parte dei guerrieri erano a caccia di bisonti. All’alba l’accampamento fu circondato, in contrasto con gli accordi presi in precedenza, e a dispetto della bandiera americana issata nel villaggio (secondo i patti, nessun soldato avrebbe aperto il fuoco, fino a quando la bandiera avesse sventolato). Molti uomini furono mutilati e scalpati, le donne violentate, i bambini impiegati per tiri al bersaglio, per un totale di circa centocinquanta indiani sterminati.

I colpevoli non furono mai puniti, nonostante un’inchiesta nel 1865: addirittura ancora oggi una città non lontano dal Sand Creek porta il nome di Chivington. Quel massacro fu l’evento scatenante di dodici anni di Guerre Indiane, che portarono alla morte a Little Big Horn di George Custer.

Ennesimo esempio di come l’odio tra uomini non porti che ad altro odio.


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