Cinema

Il respiro dell’Amazzonia

Virginia Francesca Grassi
14 marzo 2014

In seguito ad un incidente aereo la piccola Saï precipita nel cuore della foresta Amazzonica. É sola e spaventata di fronte alla lussureggiante incombenza di una vegetazione fittissima e all’ignoto che le si apre davanti. Ma è anche finalmente libera: dopo essere cresciuta in cattività, la tenerissima scimmietta cappuccina potrà riunirsi ad un branco di suoi simili. Ma non prima di una serie di incontri ed avventure che la porteranno a contatto con lo straordinario e variegato popolo che abita questo incontaminato angolo di mondo.

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Tra coati, giaguari, delfini rosa, coccodrilli, ragni trapdoor, una deliziosa famiglia di bradipi, anaconde, boa constrictor, aquile e armadilli, il singolare “apprendistato” di Saï, un vero e proprio percorso di iniziazione, è una storia emozionante che ci conduce per mano alla scoperta delle insidie e delle meraviglie di Madre Natura.

Distribuito da The Space Movies, Amazzonia in 3D è una full immersion nei meandri del Pianeta Verde, un’esperienza sensoriale capace di catapultarci tra suoni, colori e odori della foresta, nella sua umidità e nelle sue nebbie, abbagliati da albe mozzafiato e incantati dalla maestosità di cascate vertiginose.

Abilmente giocato tra documentario e finzione narrativa, Amazzonia ha chiuso la Mostra del Cinema di Venezia 2013 ed uscirà nelle sale il 23 marzo, per celebrare la Giornata Mondiale della Foresta indetta dall’Onu.

Vincitore del Premio Ambiente WWF, il docu-film ha richiesto oltre a 2 anni di sviluppo, ricerca scientifica e stesura, 9 mesi di ambientamento per gli animali utilizzati e 18 mesi di riprese nel cuore della Foresta Amazzonica: infatti l’unica presenza umana è la voce del narratore Alessandro Preziosi, mentre tra gli “attori” si contano 40 scimmie cappuccine, più di 5.000 specie animali e 40.000 specie di piante.

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Su un set di oltre 6.000.000 di chilometri quadrati, il pool franco-brasiliano della troupe guidata dal regista Thierry Ragobert ha infatti utilizzato esclusivamente animali non ammaestrati né spinti alla recitazione, ma colti in reazioni spontanee e veridiche, senza la guida di un copione o l’aiuto di effetti speciali computerizzati.

Le scimmie cappuccine protagoniste non sono state catturate ma prese dai rifugi per animali salvati dai traffici illegali – racconta il regista – Poiché gli “attori” erano solo abituati alla presenza umana ma non addestrati, sono state necessarie innumerevoli ore di riprese per avere il numero di elementi sufficiente per dare una forma narrativa alla storia. In definitiva, sono state filmate una quantità incredibile di scene improvvisate!”.

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Un’improvvisazione che nulla toglie però alla resa drammatica del film: lontana da ogni tentativo di antropomorfismo, la naturale espressività di Saï fa concorrenza alla bravura dei suoi colleghi umani di conclamata fama, in un gioco di sguardi che rende perfettamente le mille sfumature delle emozioni, la paura, la sorpresa, l’ignoto, ma anche i momenti di gioia e di grande tenerezza.

Il risultato è un incantato inno alla biodiversità e all’amore per la vita, capace di farci fermare per un istante ad ascoltare il respiro della Terra.

Virginia Grassi


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