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Cinema

Il ritorno della Spectre

Giorgio Raulli
5 novembre 2015

007-spectre

Un misterioso messaggio porta James Bond (Daniel Craig) a intraprendere una missione che dal Messico lo porta a Roma, dove incontra Lucia Sciarra (Monica Bellucci), vedova di un noto criminale; infiltratosi in una riunione segreta, Bond scopre l’esistenza di un’organizzazione chiamata SPECTRE. Mentre il nuovo M (Ralph Fiennes) continua a combattere le pressioni politiche che minacciano l’MI6, 007 decide di agire senza autorizzazioni e rintracciare Madeleine Swann (Léa Seydoux), figlia della sua vecchia nemesi Mr. White (Jesper Christensen); con l’aiuto di Moneypenny (Naomie Harris) e Q (Ben Whishaw), Bond darà la caccia a Franz Oberhauser (Christoph Waltz) e alla sua tentacolare organizzazione, scoprendo una scioccante verità sul suo passato.

Spectre è il 24° capitolo di una delle saghe più nutrite della storia del cinema: il regista Sam Mendes riprende la macchina da presa dopo Skyfall; un film che ha senza dubbio preparato il terreno per una sorta di rinascita del franchise bondiano, con una storia che (come suggeriva il titolo) ha sgretolato tutto quel mondo che Casino Royale e Quantum of Solace avevano creato. Questa ultima pellicola non poteva che ricostruire dalle cenere un qualcosa di nuovo, seppur fortemente attaccato al glorioso passato di 007.

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Quella che sembra essere stata attuata è un’idea tutto sommato furba e necessaria: in un’epoca del cinema in cui i supereroi imperversano, in cui questi personaggi dai poteri divini sono umanizzati e vittime dei comuni problemi, in cui i film Marvel indagano nella vita e nell’intimo dei loro super-protagonisti, ecco che in Spectre anche James Bond prende questa direzione. Se ci si riflette, il personaggio nato dalla penna di Ian Fleming è un eroe, ha una sua mitologia (i Martini, i gadget, le splendide auto, ambientazioni cool, i titoli di testa), una corte di personaggi secondari ma ugualmente fondamentali (M, Q, le Bondgirl), acerrimi nemici, inseguimenti e azione.

Nell’ultimo capitolo della saga si fa appello proprio a questo, e Bond viene mostrato nella sua intimità, nel suo privato (dal suo appartamento ai suoi affetti d’infanzia) e nelle sue fragilità. 007 svela al pubblico che lo ama e lo divinizza da sempre anche qualcos’altro, oltre la seduzione e lo humor inglese. Tutto questo senza però decostruire o demolire quella mitologia che lo contraddistingue, anzi Spectre è una sorta di celebrazione (fin dal titolo e dalla trama) di quei topoi cari ai fan dell’agente segreto.

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Dall’estetica (regia, fotografia e inquadrature) alla storyline (la SPECTRE) Bond torna alle origini della saga, torna a quel passato che lo ha resto un grande protagonista del cinema. Mendes resta però fedele anche alle tecnologie che l’era contemporanea ci permette di avere, creando così una fusione perfetta fra tradizione passata e modernità: Spectre diventa di fatto una pellicola a sé stante che però è anche reboot, remake, sequel e prequel allo stesso tempo. Un’operazione bizzarra ma efficace, perché figlia di un naturale evolversi della saga bondiana.

A 53 anni dal primo film, questo ultimo James Bond rinasce nella stessa contemporaneità delle ultime pellicole, ma anche molto più vicino a quelle del passato, quelle di cui si è avuto spesso nostalgia nelle ultime produzioni; un’operazione di equilibrismo tra presente e passato, sia nella messa in scena che nella storia narrata. Dal 5 novembre nelle sale italiane.


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