Il venerdì di sangue in Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
1 luglio 2015

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Francia, Tunisia, Kuwait e Somalia. Questi paesi hanno apparentemente poche cose in comune fra di loro, se non forse alcune, remote, tracce di storia. Ma in questi giorni stanno vivendo unitamente momenti di paura e sconforto.

Venerdì 26 giugno, infatti, questi 4 paesi sono stati accomunati da eventi sconvolgenti e che potrebbero contribuire a cambiare le sorti della guerra che si sta combattendo in Africa del nord e Medio Oriente. L’Isis, infatti, ha colpito ancora. Ora dopo ora i telegiornali di tutto il mondo si affannavano per aggiornare i propri telespettatori sugli eventi che si stavano susseguendo tragicamente. A ogni aggiornamento in diretta, nuove famiglie in altri paesi del mondo, piangevano le proprie vittime. Ecco cosa è successo.

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Lione, Francia, ore 09.50 del mattino. Una testa avvolta in un panno bianco con scritte in arabo, viene ritrovata infilzata sulla recinzione di un impianto di gas industriale nell’Isère, a 30 km da Lione. Il corpo decapitato, ritrovato poco più tardi, apparteneva al capo reparto di una ditta che si occupa di consegne nella vicina Chassieu. L’assassino, Yassin Sahli, classe 1980, era un dipendente della vittima ed è stato arrestato poche ore dopo il ritrovamento del cadavere grazie all’atto eroico di un pompiere. «Non abbiamo dubbi che volessero far saltare l’intero complesso industriale», ha affermato il presidente francese Hollande, affrettandosi a definirlo un “atto terroristico”. In realtà le prove a sostegno di questa tesi non ci sono ancora e in Europa alcuni hanno criticato la scelta di definirlo tale senza poter dimostrare che l’obiettivo fosse proprio la centrale di gas. Altri invece si sono accaniti sui servizi segreti francesi definendo l’evento “il loro ennesimo flop” che questa volta, “per fortuna”, è costato una sola vittima.

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Port El Kantauoi, 10 km da Sousse, in Tunisia, ore 11.00 circa. Sono arrivati in automobile (fino a poche ore fa la versione ufficiale riguardava un gommone), sono scesi e si sono diretti verso la spiaggia di un Hotel di lusso che al momento ospitava 565 persone. Uno di loro camminava lungo il bagnasciuga con un kalashnikov nascosto all’interno di un ombrellone. Poi, all’improvviso, alcune granate lanciate alla cieca fra lettini e ombrelloni ed è iniziato l’inferno. Mentre uno degli attentatori massacrava gente a caso sulla spiaggia un altro entrava in uno degli Hotel che si affacciava su quella stessa spiaggia facendo fuoco e badando bene a uccidere solamente turisti stranieri. L’inferno è durato circa 40 minuti, finito con la morte di un attentatore e l’arresto di un altro dalle parti di Akouda, a pochi chilometri da Sousse. Nel bilancio delle vittime 38 morti e 36 feriti tra tedeschi, inglesi e belgi e irlandesi. L’attentato è stato subito rivendicato da alcuni sostenitori dello stato Islamico. La Tunisia ha davvero molto da perdere da questo attentato e come conseguenza di uno dei primi provvedimenti del governo tunisino, sono state chiuse oltre 80 moschee sospettate di fomentare atti terroristici di matrice islamica.

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Kuwait City, moschea di Al-Imam al-Sade ore 12.00 circa. Un uomo è entrato nella moschea sciita durante la preghiera del venerdì, il secondo di Ramadan. Il luogo sacro era naturalmente pieno di fedeli al momento dell’attentato. L’attentatore, poi identificato come Abu Suleiman al-Muwahed, indossava una cintura esplosiva fatta detonare al grido di “Allah è grande” ripetuto 3 volte. Secondo il ministero della salute si parla di 27 morti e 227 feriti e uomini e bambini sono stati i più colpiti dall’esplosione. L’attentato è stato subito rivendicato dall’Isis tramite i social network. In Kuwait la popolazione sciita è circa il 30% in un paese, dunque, a prevalenza sunnita. Ed è proprio questo il motivo scatenante del folle attentato.

Località di Lego a 130 km da Mogadiscio, Somalia. Poche ore dopo l’attentato in Kuwait, militanti integralisti somali appartenenti al gruppo terroristico Al Shabab hanno attaccato una delle basi militari dell’Unione Africana, causando 50 morti fra i peacekeeper del Burundi. Ecco la ricostruzione. Inizialmente sono state inviate alcune autobombe all’interno della base, subito seguite da lanci di granate. Infine un sanguinolento scontro a fuoco terminato solo dopo aver fatto esplodere mezzi militari e piazzato una bandiera del gruppo terroristico al centro della base prima di ritirarsi.

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E l’Italia, cosa rischia?

Tra foreign fighters, lupi solitari e una nuova generazioni di jihadisti, detti homegrown, il nostro paese è sicuramente un potenziale obiettivo di atti terroristici di matrice islamica in quanto capitale mondiale della cristianità. Non avere paura sarebbe da “sciocchi”, tuttavia c’è da riconoscere che i nostri servizi segreti sono tra i migliori in Europa e forse nel mondo. Grazie a una fitta rete collaborativa tra polizia, esercito e servizi segreti, nel corso degli anni siamo stati in grado di sventare, sul nascere, diversi atti terroristici a differenza, purtroppo, di paesi come Inghilterra, Stati Uniti e Francia. In questo campo, piccoli errori o semplici disattenzioni possono rivelarsi fatali e costare la vita a decine di persone. Per quanto possa sorprenderci l’Italia in questo campo ha molto da insegnare.