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Il volo dell’angelo

Carla Diamanti
21 agosto 2014

140818 Cartolina

L’ho fatto. Mi sono fatta vestire, imbragare, mettere un casco, appendere a un cavo d’acciaio e spingere verso il vuoto. All’inizio ho chiuso gli occhi, confesso. Poi mi sono detta che per niente al mondo avrei dovuto perdermi quello spettacolo. E così, a 1000 metri di altitudine e a una velocità di 110 km all’ora ho sfidato la paura e mi sono lasciata sopraffare dalla bellezza di quel panorama mozzafiato.

Il filo su cui volavo è appeso tra due picchi delle Dolomiti Lucane, paradiso naturalistico nel cuore della Basilicata: guglie di pietra, villaggi scolpiti sui fianchi delle montagne come se fossero decorazioni di un presepe gigantesco, un cielo maestoso, un silenzio interrotto soltanto dal vento prodotto dal mio viaggio inerziale. Nessun motore a spingermi, soltanto i calcoli geniali di chi ha progettato il Volo dell’Angelo (www.volodellangelo.com), che in pochissimo tempo è entrato nella classifica delle emozioni più forti da provare almeno una volta nella vita.

Da maggio a ottobre i cacciatori di adrenalina arrivano da mezzo mondo per fare quello che ho fatto anche io. Cioè esplorare i boschi di cerri centenari del Parco Nazionale di Gallipoli Cognato, inerpicarsi fra foreste e pinnacoli di calcare disegnati dal vento e dal corso del Basento, seguire i volteggi dell’aquila dei serpenti o delle cicogne nere, arrancare su strade e mulattiere e arrivare a Pietrapertosa. Il cuore antico di una delle due stazioni di partenza del Volo dell’Angelo porta ancora le tracce del passaggio dei Saraceni fra le case strette le une alle altre e incollate alla pietra color della sabbia e alle pareti grigie e taglienti, a trapiombo.

Volare sembra il modo più facile per arrivare da qui a Castelmezzano, arrocato su un altro picco dall’altra parte della vallata. Così ho fatto io e così facevano le “masciare”, cioè le donne che – secondo la leggenda – si cospargevano il viso di olio fatato per volare di notte tra i due villaggi basentani.

Tolta l’imbragatura, spedite a mezzo mondo le foto ricordo dell’avventura, non resta che dedicarsi alle altre appassionanti attività di questi luoghi. Si svolgono a tavola con l’ausilio di posate e condimenti: si chiamano manat’ coi fagioli o crost’l fritte in olio bollente, ricoperte di miele e spolverate di origano. Si chiamano soprattutto peperoni cruschi e sono i compagni perfetti di un abbondante piatto di pasta.

A seguire una passeggiata sotto una stupefacente volta stellata e infine la coccola della buonanotte nella Casa di Giulietta (www.lacasadigiulietta.net), B&B con una lunga storia e cinque camere che portano i nomi di altrettanti fiori.

Un minuto e mezzo d’adrenalina sarà ben valso la pena?

Carla Diamanti
www.thetraveldesigner.it


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