Leggere insieme

Illustrar le storie: una chiacchierata con Daniela Iride Murgia

Marina Petruzio
1 luglio 2017

Cara Daniela Iride Murgia,

oggi mi sono seduta per terra, davanti a me quattro degli albi da te illustrati: A ritrovar le storie, con le parole di Annamaria Gozzi e Monica Morini, L’attesa, di cui sei autore e illustratore, naturalmente Una foglia, ultimo nato con le parole di Silvia Vecchini, pubblicati tutti e tre con Giuliana Fanti di edizionicorsare; e poi L’Inconnu, scritto da Luca Tortolini per Editions Notari, non ancora arrivato in Italia. Ho cominciato sistemandoli davanti a me in quadrato e poi ho sfogliato…
Parlare dei propri libri è come denudarsi. Quando un libro è nato in carta e costola, non c’è nulla più che noi possiamo aggiungere. Noi e il nostro libro siamo come un paguro bernardo, in cerca ogni volta di una nuova casa: si vive nell’attesa della lettura altrui nuova e diversa. Ecco perché è importante lasciare spazi ampi e vuoti nelle tavole di un libro iconica, perché si riempia del senso nuovo che altri attribuiscono. Forse per questo le copertine hanno sempre uno spazio vuoto aperto alla riscrittura del lettore.

Una foglia. Già dalla cover color bianco, senza quei bei fondi color di muro elegante con la tempera assorbita dal tempo dei tuoi precedenti albi…
Di recente, in un’analisi molto accurata, hanno visto nelle mie tavole i colori pastello degli anni ‘60, colori della formica o del più nobile e naturale linoleum. Colori di una memoria, colori stratificati nell’immaginario inconsapevole. Colori di un’infanzia che appartiene al passato.
Ma quante infanzie ci sono? Quante se ne possono raccontare? C’è la nostra (sempre tra le righe) e poi c’è la miriade di altre infanzie, quelle degli altri. Forse sta qui la ragione di una palette che cambia e si rinnova ogni volta nel tentativo di sbirciare dal buco della serratura e sorprendere gli altri nel colore irripetibile della loro infanzia.
Lo sfondo bianco della copertina, così come tutto quel bianco che si trova all’interno di questo albo, è la luce abbagliante di certi giorni d’autunno.
Una foglia è il racconto di una foglia che si stacca dall’albero e decide di farlo come fosse dotata di libero arbitrio. Quale illusione più struggente se non quella di una foglia inerte che pensa di poter decidere del suo destino? E noi quanto più consapevoli siamo di una foglia? Cosa e quanto possiamo anche noi sul destino che si diverte a scarabocchiare le nostre vite su un enorme foglio che non ci sarà mai dato vedere per intero?
Il bianco che tu vedi nuovo, penso ci sia sempre stato, era dietro e dentro e oltre, è quel bianco di cui sono fatti tutti i colori, è colore senza tinta che lascia spazio a tutti quegli altri che vogliano esprimersi.

Mentre A ritrovar le storie e L’Attesa sono fratelli, L’Inconnu – mai tradotto in Italia, boh! – è diverso ma potrebbe essere cugino, ma Una foglia è decisamente di rottura. È giallo, giallo più della foglia.
Ho pensato, come si racconta una foglia? Cosa si può raccontare di una foglia se non il suo colore? Questa, di Silvia e mia, è una foglia resiliente, è una foglia che si lascia cadere, non per finire, bensì per continuare a esistere ancora, un poco ancora soltanto, nel tepore della mano di un bambino. È una foglia che si fa nido. Il giallo di questa foglia non è solo un colore, è uno stato d’animo.

E mentre in A ritrovar le storie devo passeggiare un po’ tra le pagine bianche, che creano attesa, prima di trovare almeno un’oca in mantellina damier e poi colophon e frontespizio, in L’attesa ti trovo subito con una piccola narrazione, come ne L’Inconnu, dove una minuta sovrapposizione di cartoncini colorati intagliati come foglie ed eleganti piume a pois formano un boschetto in primo piano, ma anche l’abbozzo di un morbido e caldo nido. Una foglia è di nuovo bianco, volta e bianca di colophon e frontespizio, per entrare nella storia, nei suoi colori, nel suo ritmo. È come se ci fosse un’anticamera, una pausa.
Quando mi è arrivato il testo di Silvia, mi è piaciuto subito: non avevo dubbi e tuttavia era un testo già completo in sé, fortemente evocativo e con una sua carica visiva. L’ho tenuto accanto a me per dei mesi, ancora non avevo trovavo la chiave che mi permettesse di rileggerlo attraverso una mia interpretazione iconica. C’è stata una lunga anticamera: chissà forse è la stessa che spetta al lettore piccolo e grande prima di entrare nella luce gialla e bianca di questo racconto di vita e morte.

E mentre continuo a trovare somiglianze fraterne, pur nella diversità tipica dei fratelli, fra A ritrovar le storie, L’Attesa e L’Inconnu, una sorella diversa mi pare essere Una foglia. Per l’uso del colore, intenso, vivo, non morbido, assorbito, polveroso ma allegro e vibrante. Aria di cambiamento?
I cambiamenti arrivano sempre quando si è sollecitati da qualcosa di esterno a noi. La foglia di Silvia è una foglia dotata di pensiero, è una foglia intelligente, e la sua intelligenza è quella dei sentimenti. È una foglia che prova prurito, che dorme e si sveglia quando ne ha voglia. Il testo la umanizza e le restituisce tutto un sentire complesso che è prerogativa di quasi soli noi umani. L’unico modo per rendere questa intelligenza umorale della foglia era per me quella di dare una luce che si propagasse ovunque, una luce che rappresentasse la foglia in tutta la sua carica di vita, di astro splendente prima di finire. Nella mia visione questa  aura della foglia doveva rimanere impigliata e profondersi in tutte le cose che le stanno attorno.

E poi gli abiti. Sei una delle pochissime illustratrici che veste i bambini. Li vesti con particolare cura, mai banali, nessun tono piatto, non ti limiti a tratteggiare un pantalone o una maglietta: entri nei dettagli di impunture, bottoni, impreziosisci con nappine, frange, mischi i pattern. Sono abiti che parlano di bambini, dei loro gusti, dei loro corpi. Bambini che a loro volta hanno denti e unghie e capelli. Rappresentare l’infanzia non sembra una priorità negli albi illustrati, gli adulti giocano con la loro idea di infanzia o ne danno una che corrisponde a un pensiero non a realtà. I tuoi son proprio bambini. Ma è solo e sempre amore per il design?
Sin da piccola ho avuto una fascinazione irresistibile per i dettagli, i patterns, le carte da parati. Disegnavo piccolissime figurine e mi ostinavo a definire nel dettaglio gli ornamenti dei loro vestiti. È un incanto che non mi ha mai abbandonato quello dei particolari. Rimango ancora oggi ammaliata di fronte ai quadri di Hans Holbein, del Ghirlandaio, di Lorenzo Lotto, di Carlo Crivelli. Mi colpiva allora, e ancora adesso, la bellezza perfetta, irraggiungibile, del disegno geometrico dei Kilim e dei tappeti in stile anatolico, oggetti di straniante equilibrio; mi investiva la magnificenza vivida di questi manufatti esotici e alieni catapultati in un contesto più familiare.
Vestire i bambini nei miei lavori è dare loro una personalità, è prendersi cura di ognuno di loro: non è pura estetica o esercizio di stile, è come se ogni oggetto o persona che disegno dovesse per me trovare la giusta autonomia e posizione nel mio mondo immaginario. Curare il dettaglio è accorgersi che le cose esistono. I bambini esprimono i loro gusti, umori, disposizioni caratteriali, anche attraverso i vestiti, né più né meno come accade per noi adulti.

Il nido di fili colorati appoggiato sul crocevia di un ramo, dove la piccola foglia d’oro fa da coperta all’uovo ne Una foglia. Piume calde, morbide, setole, solleticanti e preziose per il nido del piccolo Inconnu sorridente. La uovo egg chair come nido dal quale non sai mai cosa aspettarti che esca come ne L’attesa. I nidi, i bozzoli, i fagotti, in A ritrovar le storie…i nascondigli son nidi di pensieri e Victor Hugo ribatterebbe l’uovo, il nido, la casa son rifugi.
Uova o elementi circolari, sfere, uova casa, uova sedie, Ball Chair di Eero Aarnio che diventa un lontano omaggio alla sedia Egg  di Jacobsen, fagotti, nidi ancora case; anche un nido è design alto forse il più alto di una casa. Vestiti per la casa, organi interni di una casa; i mobili e gli oggetti, pochi e decifrabili nella loro linea pura e scarna. Ancora una volta la mia attenzione a tutto questo penso derivi da un’inclinazione affettuosa per il dettaglio delle cose, solo così riesco a capacitarmi della forma delle cose, del loro senso, del senso dell’esistenza in generale.

E ora grazie per essere stata qui con me, seduta su un tappeto che per qualche momento ha volato tra storie immaginate e vissute.


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