Arte

“In hoc signo vinces”: l’iconica di un’era

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1 dicembre 2012

“Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto abbiamo risolto di accordare ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà  di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.” É tale sentenza, ispirata ad una tolleranza politeista organica alla tradizione romana, ma insieme diretta ad aprire inedite prospettive future ed in un certo qual modo a fornire istituzionalità alle basi spirituali europee, a costituire il nucleo dell’ “Editto  di Milano”, emanato nel 313 d.C. dall’imperatore romano d’Occidente Costantino e dal suo omologo d’Oriente, Licinio. É questo il nucleo dell’esposizione “Costantino 313 d.C.”, ospitata dal 25 ottobre 2012 al 17 marzo 2013 presso il milanese Palazzo Reale. La mostra, progettata e ideata dal Museo Diocesano di Milano e curata  da Gemma Sena Chiesa e Paolo Biscottini,  proseguirà a Roma dal 27 marzo al 15 settembre 2013 nelle sedi del Colosseo e della Curia Iulia.

La rilevanza della mostra è indubbiamente connessa all’importanza dell’ ”Editto di Milano” in quanto radice simbolica dell’albero europeo; il documento assume tuttavia la funzione di pretesto per svelare al pubblico una dimensione storica, religiosa ed artistica di gran lunga più ampia. Al di sotto degli scudi dei soldati di Costantino, marchiati secondo la leggenda dal Krismon apparso in sogno al futuro imperatore come segno propizio di un favore divino alla sua vittoria contro Massenzio nella celeberrima battaglia di Ponte Milvio, alberga un’era dinamica e contraddittoria, dominata da una tensione al rinnovamento spirituale in rapporto costruttivamente dialettico ed insieme tragicamente polemico alla tradizione.

Ecco allora che il percorso espositivo si articola in sei sezioni che approfondiscono, mediante oltre 200 preziosi oggetti d’archeologia e d’arte, tematiche indici dello spirito di un’era: dalla Milano capitale imperiale alla conversione di Costantino, sino ai simboli del suo trionfo. La sezione conclusiva della mostra è poi dedicata a Elena, madre di Costantino, imperatrice e santa, figura femminile straordinaria all’interno della storia della Chiesa.
L’ottimo allestimento permette di godere con linearità e chiarezza di un viaggio nel sentire di un’epoca contraddistinta dal predominio di una percezione sacrale della realtà, stretta nei ritmi cadenzati dei passi delle divinità e delle potenze numinose ancora soggiornanti sul globo. L’analisi approfondita del simbolo, nella sua funzione di ponte fra visibile ed invisibile, emerge efficacemente, in particolare nelle figure del cristogramma e dello staurogramma. Si eleva poi il mito imperiale: “La storia di Costantino si intreccia con la leggenda che presto sorse intorno alla sua figura. Alcune fonti – da Eusebio di Cesarea, a Lattanzio, ai panegirici, ad altri – descrissero la visione di Costantino (in hoc signo vinces) e paragonarono la vittoria del 312 al passaggio del Mar Rosso di Mosè” scrive Biscottini.

Parallelamente a tale mito si delinea la complessa relazione fra il politeismo pagano ed il monoteismo cristiano, di cui la mostra tende a mostrare più la componente sincretica che quella, a mio avviso più rilevante, della dialettica fra opposizione radicale e continuità spirituale.
Al termine della visita è comunque inevitabile riemergere fra gli effluvi della modernità arricchiti da una rinnovata consapevolezza storica e spirituale; questo, io penso, è il merito precipuo di una esposizione capace di farci riflettere su quella memoria che, sola, “può consentirci di rinascere, dal nulla”. (V. M. Manfredi)

Luca Siniscalco


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