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In Italia “non fare” costa più che “fare”

Davide Alessandro Giannattasio Fanigliulo
7 dicembre 2014

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“Non fare” in Italia per i prossimi 17 anni ci costerà 808 miliardi di Euro. Questi i dati rivelati dal rapporto 2014, presentato a Roma, dell’Osservatorio “I Costi del Non Fare” (CNF), che studia e quantifica gli effetti economici, sociali e ambientali della mancata o ritardata realizzazione di impianti e infrastrutture strategiche per l’Italia. Il rapporto è stato presieduto dal professor Andrea Gilardoni del Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico dell’Università Bocconi. Il CNF è un gruppo interparlamentare, informale e bipartisan ricostituito nel 2014 con lo scopo di avviare una dialettica costruttiva tra istituzioni, imprese e cittadini.

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In base ai dati rivelati gli 808 miliardi sono la somma di diversi campi considerati nel rapporto. Nel settore dei rifiuti il “non fare” ci costerebbe 4 miliardi di euro, 49 miliardi nel settore idrico, 70 miliardi in quello energetico, 72 nell’ambito logistico, 75 miliardi per le autostrade, mentre 114 in quello ferroviario. Infine, non mettere mano alla banda larga e al settore delle telecomunicazioni ci costerà 425 miliardi.

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Secondo l’analisi dell’Osservatorio, gli investimenti necessari entro il 2030 avranno un costo di circa 185 miliardi di euro. Le opere prioritarie dovranno essere mirate a una maggiore produzione da fonti rinnovabili, maggiori capacità di rigassificazione e termovalorizzazione, modernizzazione dei mezzi di comunicazione, reti idriche, smaltimento rifiuti, trasporto di passeggeri e merci e ovviamente la banda larga. Per fare tutto ciò sarà di fondamentale importanza riuscire ad attirare investimenti da grandi privati come, ad esempio, fondi pensione e assicurazioni.

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Un esempio concreto? L’Europa ci ha sanzionato con una multa di 42,8 milioni di euro ogni 6 mesi di inadempienza per non aver rispettato una sentenza del 2007 nell’ambito dello smaltimento dei rifiuti. Secondo il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti la multa è fuori luogo, in quanto l’attuale situazione è già stata sanata. Nel 2013 la Commissione Europea ha ritenuto che l’Italia non avesse adottato le misure necessarie al miglioramento della situazione, in sostanza 18 delle 20 discariche ispezionate non erano conformi alla direttiva. Inoltre 16 su 218 contenevano rifiuti pericolosi. E come al solito a pagare saranno anche i cittadini “virtuosi”.