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Letteratura

Inside Vreeland

Virginia Francesca Grassi
16 settembre 2012

“L’eleganza è innata e non ha niente a che fare con l’essere ben vestiti”. “Il bikini è l’invenzione più importante dopo la bomba atomica”. “Non bisogna mai aver paura di essere volgari, solo di essere noiosi”. “L’eleganza è rifiutare”. “Non amo il narcisismo, ma approvo la vanità”.

I diktakt dell’imperatrice dello stile si abbattevano sul fashion system mietendo vittime. Spavalda, istrionica, controcorrente, l’elegantiae arbiter stupiva e incantava, si faceva odiare e idolatrare da un pubblico sempre pronto a santificare i suoi lapidari bon mots, a criticare le chiuse al vetriolo, insomma, a incoronare il caustico cinismo di quella maestra del buon gusto. Eppure con quel profilo importante, con quei tratti spigolosi, con quelle nodosità del corpo, così androgino, così severo, Diana Vreeland non era certo da definirsi una bellezza. E nonostante questo riusciva a non passare mai inosservata: era il suo innato chic a renderla sempre così perfetta in ogni occasione.
Carismatica, potente, (in)discussa. Diana Vreeland ha attraversato il secolo lasciando dietro di sè una scia di leggendario egocentrismo e di storiche provocazioni che avrebbero per sempre modificato l’universo della moda.
Aveva esordito nel 1936 su “Harper’s Bazaar” con la snobissima rubrica “Why don’t you…”, mettendo in scena il suo gusto per lo straordinario, al limite del surreale, scandalizzando i lettori con proposte quali: perché non trasformare la vostra pelliccia d’ermellino in un accappatoio?, perché non acquistare un cappotto da sera trasparente?, perchè non lavare i capelli biondi di vostro figlio con lo champagne avanzato?
Da qui, la scalata per Vogue America. Ad aspettarla, la poltrona di editor in chief, che mantenne dal 1962 al 1971.

Eccentrica e visionaria, Diana anticipava i tempi, accoglieva la modernità parlando di chirurgia estetica e benessere del corpo. Scopriva personalità che avrebbero fatto la Storia, non solo della moda: sotto la sua ala protettiva nomi del calibro di Yves Saint Laurent, Pucci e Courrèges, passando poi per Andy Wharol, Mick Jagger e Mia Farrow. Per non parlare poi di Jacqueline Kennedy, che si affidò alla maestra per costruire il suo impeccabile look da first lady. Diana aveva reinventato l’immagine della mannequin, favorendo volti imperfetti ma di carattere, corpi ossuti e anticonvenzionali per l’epoca: da Twiggy a Benedetta Barzini, da Veruschka a Barbra Streisand.
E mentre tutti pensavano che fosse arrivata sulla via del tramonto – spese astronomiche per i servizi fotografici, tempi che cambiano, era giunta l’ora di Grace Mirabella e di Anna Wintour – riuscì ancora una volta a stupire il Mondo organizzando e curando le più scenografiche mostre del Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute, da “The World of Balenciaga” (1973), a “Hollywood Design” (1974), passando per “The Glory of Russian Costume” (1976) e “Vanity Fair” (1977).

Diana Vreeland fa ancora sognare e talvolta indigna un po’. Dopo la prima pubblicazione nel 1984, Donzelli editore porta ora in Italia la sua autobiografia, “D.V.”, spalancando ai lettori una finestra dorata su quel suo mondo retrò, tra un cerotto applicato al fondoschiena di Jack Nicholson e la passione di Greta Garbo per i soprabiti maschili. Riscopriamo una mondanità la cui essenza è ormai scomparsa e l’arroganza di chi sa essere sempre e comunque nel giusto, la consapevolezza di fare parte della Storia.
I diritti delle memorie sono stati da poco acquistati da James Danziger che intende realizzarne un film. Ma ignoriamo ancora quale sarà il grande nome che avrà l’onore – e il peso – di dover impersonare il fascino di questa icona del ‘900.

Virginia Grassi

“D.V.” di Diana Vreeland, Donzelli editore, traduzione di Marianna Cozzi, pp. 268.


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