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Interviste Musica

Intervista a Antonino Sutera, uno dei punti di forza del Balletto della Scala

Emanuela Beretta
17 novembre 2013

sutera

Artista di grande professionalità e sensibilità, Antonino Sutera è uno dei punti di forza del Balletto della Scala. Primo ballerino dal 2010, è stato protagonista delle più importanti produzioni alla Scala e delle prestigiose tournée che hanno portato la compagnia nel mondo.
Lo abbiamo visto in scena nel ruolo di Rotbarth nel “Lago dei cigni”, con la coreografia di Rudolf Nureyev in programma a luglio e a ottobre come omaggio al grande artista nel ventennale della sua scomparsa, a inizio settembre in “L’altra metà del cielo”, produzione creata per la Scala con la regia di Martha Clarke e la musica del famosissimo rocker italiano Vasco Rossi; subito dopo a Tokyo con la Scala per le rappresentazioni di “Romeo e Giulietta”, e ora in scena in L’ Histoire de Manon. Balletti molto diversi per stile e musica, occasioni che fanno apprezzare, tra classico e teatralità, la versatilità di questo artista.

Iniziamo con l’attualità: la rappresentazione a Berlino di Sasha Waltz. Che esperienza ha vissuto con Sasha Waltz ed Emanuela Montanari ? Mi sembra un riconoscimento importante.
Con Sasha Waltz, per il suo “Roméo et Juliette”, abbiamo inaugurato la stagione 2012-2013 del Teatro alla Scala; ho potuto sperimentare e lavorare su un linguaggio più contemporaneo, lontano dai canoni classici: una opportunità preziosa per lavorare sulla ricerca del movimento e dell’uso del corpo. Dopo le due étoiles francesi per cui il balletto era stato creato a Parigi e che hanno aperto le rappresentazioni, Emanuela ed io siamo stati il primo cast scaligero scelto da Sasha; essere richiamati come ospiti in una serata con la sua compagnia ed i suoi danzatori che hanno interiorizzato il suo stile, è stato un grande riconoscimento ed un arricchimento profondo.

Come si trova quando interpreta i diversi personaggi in teatri differenti dalla Scala? Cosa porta dall’Italia e cosa invece riscontra nelle
produzioni estere?

Quando sono in tour con la Scala sui palcoscenici internazionali, ed interpreto un ruolo che già conosco, sento in più una responsabilità profonda in quanto rappresento, agli occhi di un pubblico straniero, il mio Teatro e l’Italia. L’approccio mentale ed emotivo è d’altra parte il medesimo: studio, impegno e disciplina, oltre alla consapevolezza di esibirmi davanti un pubblico “nuovo”.

Perché ha scelto la danza come professione?
Tutto è sorto per caso: sono nato in un paesino dell’entroterra siciliano, con poche attività extra scolastiche. Mio padre era assessore in Comune e una insegnante di danza classica voleva utilizzare gli spazi della scuola per dare vita e un corso di danza. Mio padre suggerì di partecipare a noi figli. La mia non è una storia alla Billy Elliot: quello che mi dava soddisfazione era la parte fisica della danza, i salti, la sbarra. Tentai l’audizione alla Scuola di Ballo della Scala, superai l’audizione e, a 10 anni è nata la mia vera passione, accompagnata da grandi sacrifici, primo tra tutti quello di lasciare la famiglia. Oggi che sono padre comprendo lo sforzo dei miei genitori, ma capisco anche la loro lungimiranza; hanno creduto in me, mi hanno sostenuto in questo lungo e difficile percorso: è grazie a loro se ho raggiunto questi risultati.

Che cosa significa “danza” per Antonino Sutera?
Per me è soprattutto e sempre una passione. Fa parte della mia vita, è una professione, ma soprattutto una scelta di vita. È amore, perché amo questo lavoro e ogni ruolo che interpreto apre la mia anima.

Molteplici sono i ruoli che lei ha interpretato. Quali sono i suoi preferiti e perché?
Una volta entrato nel Corpo di Ballo della Scala, lego il mio primo ruolo importante al passo a due dei contadini di “Giselle” a Tokyo, in coppia con quella che sarebbe diventata mia moglie. Il medesimo ruolo l’ho interpretato nella versione di “Giselle” di Sylvie Guillem, alla Scala, a Los Angeles, New York e Londra. Fin da subito ho avuto la percezione del mio futuro, di debuttare in una produzione importante con un ruolo di grande difficoltà tecnica, nonché la responsabilità dell’essere parte di tour prestigiosi e di lavorare a fianco ad artisti eccezionali in un momento in cui non era facile, per un giovane, debuttare in ruoli di prestigio.
Non posso ignorare inoltre “Romeo e Giulietta” nel ruolo di Mercuzio, che ho interpretato al Bolshoi nella prima tournée di Ballo del 2002, ripresa lo scorso settembre a Tokyo. Il ruolo è molto vicino al mio carattere ironico, sempre pronto a sdrammatizzare. Nel 2010, accanto alla migliore Giulietta che potessi sognare, Alina Cojocaru, il Maestro Vaziev mi ha comunicato, al termine della recita, la promozione a primo ballerino.
E dunque Rothbart nel “Lago dei Cigni”. Una doppia personalità, un ruolo che fa crescere professionalmente perché impegna a livello coreografico e attoriale.

Lei ha lavorato con grandi coreografi, chi porta nel cuore?
Io sono onorato di essere stato scelto dai più grandi coreografi del nostro tempo e di aver danzato per loro: Kylian (“Petite Mort” è vera poesia in danza), Preljocaj, Neumeier, Petit, Béjart.
Roland Petit è stato uno dei più grandi, dalla straordinaria capacità di narrare e di comunicare sentimenti e personalità: ho danzato il suo “Le Jeune homme et la Mort”, un regalo fantastico, un balletto di grande drammaticità, un vero percorso di vita. Tra gli italiani Mauro Bigonzetti mi ha dato il massimo a livello artistico. Ho lavorato con lui a Mediterranea, con grande attenzione e generosità ha saputo plasmare la sua coreografia su di me, in prova si è creata una profonda sinergia, che ha portato a una forte intensità interpretativa. Ma non posso dimenticare Nureyev. Lui per primo ha rivalutato e creato il ruolo del “principe” dei balletti classici, con spessore artistico e tecnico mentre prima della sua venuta, era relegato a partner della prima ballerina. Attualmente sto interpretando Lescaut in “Histoire de Manon”. Da principio è difficile comprendere la chiave di lettura dei ruoli di MacMillan, richiedono maturità ed una grande ricchezza psicologica, una grande sfida!

Qual è la più grande gratificazione per un ballerino?
La gratificazione è una questione soggettiva. Nella mia prospettiva è l’essere felice per quello che ho dato in scena e la consapevolezza che tutto si è svolto come speravo. Sei in scena per due o tre ore, ma tutto questo è il frutto di un lavoro fisico e psicologico che coltivi per mesi, della concentrazione e del sacrificio di anni. Gratificazione è anche l’applauso del pubblico che ricambia il tuo sforzo, una emozione indescrivibile, da pelle d’oca. Mi è successo di provarla recentemente a Berlino e in Scala, dopo aver interpretato Rothbart nel “Lago dei Cigni”, un ruolo di grandissima difficoltà, che il pubblico ha compreso e apprezzato.

Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per spingere maggiormente l’arte della danza?
Basterebbe credere nella danza. Capire che bisogna investire in questo patrimonio culturale e artistico che l’Italia possiede. Certo, siamo in un momento di profonda crisi, ma la danza è cultura, una delle ricchezze sulle quali dobbiamo puntare sempre. Il pubblico segue le nostre rappresentazioni, fa delle code per applaudirci e arriva da tutto il mondo per seguire uno spettacolo al Teatro alla Scala.

Qual è il personaggio che interpreta con maggior passione?
La passione la metto in tutti i personaggi che interpreto. Alcuni sono più vicini alla mia natura e sensibilità, ma a volte sono proprio quelli più ostici che ti portano le soddisfazioni maggiori. Sono sfide che mi sorprendono perché mi fanno trovare sfumature che non avevo ancora esplorato e riuscire a farli propri è un piacere anche maggiore se il pubblico li comprende e condivide.

Intervista a cura di Emanuela Beretta


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