Food

Intervista a Davide Oldani: il cuoco stellato e social

Emanuela Beretta
11 aprile 2016
Credits: Robert Shami

Credits: Robert Shami

La storia di un sogno e di una grande passione quella che Davide Oldani ci racconta attraverso i suoi piatti. Uno chef, o meglio un cuoco stellato, come ama definirsi, e mediatico al tempo stesso. Un uomo che, nonostante il successo, non dimentica le sue radici semplici, l’amore profondo per la mamma che gli ha trasmesso la passione per la cucina e la sua famiglia.
Dopo la scuola è cresciuto guidato da grandi chef quali Gualtiero Marchesi, Albert Roux a Londra e Alain Ducasse. Rientrato in Italia, apre nel 2003 il D’O – acronimo del suo nome, che in giapponese significa “la via” – a San Pietro all’Olmo, a pochi chilometri da Milano. Nel 2008 riceve l’Ambrogino d’Oro, la massima onorificenza che il Comune di Milano assegna ai cittadini meritevoli. Tra I tanti libri pubblicati vogliamo ricordare: “Cuoco andata e ritorno” (Touring Editore, 2007), “La mia Cucina Pop” (Rizzoli 2009), “Panettone a due voci” (Giunti, 2010), scritto a quattro mani con l’amico e collega Carlo Cracco, e l’ultimo nato “Pop Food”  (Red Feltrinelli 2015).

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Qual era il suo sogno da bambino?
Il mio primo sogno era quello di essere un calciatore, giocavo in C2 nella Rhodense, ma mi sono rotto tibia e perone, cosi mi sono dedicato alla cucina. I sogni a volte mutano nel tempo e il mio, quello di diventare chef e avere un ristorante tutto mio, l’ho realizzato.
E il suo sogno oggi?
Sembrerà banale, ma oggi quello che desidero di più è vivere bene, serenamente insieme alla mia famiglia e ai miei collaboratori. Oggi, che il mio sogno si è concretizzato, essere riconosciuto per il mio mestiere, che adoro, è una delle soddisfazioni più grandi di questo mio percorso e per questo devo ringraziare anche i mass media.
Lei è sempre molto elegante, qual è il suo rapporto con la moda?
L’essere vestito bene mi fa stare bene, ecco perché io pongo grande attenzione all’ abbigliamento, alla ricerca del particolare, sia nel mio quotidiano come nei miei piatti.
Qual è il suo piatto preferito?
Mi piace gustare tutto quello che è buono, ma sono lombardo e il mio cibo preferito è il riso.
C’è un piatto che preferisce cucinare?
Amo il mio lavoro e provo un piacere immenso nello sperimentare e cucinare qualsiasi portata.

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Il team del D’O è ormai super rodato…
Sì, ci conosciamo da una vita, ma ognuno di noi ha seguito dei percorsi diversi, viaggiando, scoprendo il mondo, altre lingue, altre culture, altre cucine, ma soprattutto altre esperienze lavorative che formano sempre. E poi ci siamo ritrovati e tutti abbiamo condiviso il nostro bagaglio di esperienze che ci hanno permesso di crescere, migliorare e portare avanti le passioni del singolo che sono poi confluite nella passione di tutti: la cucina.
Qual è il senso della tua cucina pop oggi? È innovazione?
L’innovazione, secondo me, è un’evoluzione della tradizione e proprio in quest’ottica nasce e si è sviluppata la mia cucina pop. Qualcosa di semplice, basato su materie prime tipiche della nostra regione, quasi umili ma di qualità, in cui io coniugo business e divertimento. Per questo oggi il D’O si sta rinnovando, presto apriremo il nuovo locale: ad aspettarvi saranno più passione, più convivialità e più ospitalità, insieme ad una salto di qualità rispetto alla scelte delle materie prime, un aspetto che mi sta molto a cuore. Insomma, molte novità tutte da scoprire.
A proposito di novità, a breve aprirà anche un nuovo ristorante a Manila. Come mai questa scelta?
Le Filippine sono un Paese nuovo, in forte crescita e sul quale ho deciso di puntare. E come me tanti altri brand che sono spesso stati miei partner: Eatly, Cartier, Grom, Mercedes Benz, Samsung… Business is business, non è vero? Ed è un piacere quando il business ti fa scoprire nuovi orizzonti e nuovi mondi.
Manila è una città di 22 milioni di abitanti e ha certo qualcosa di importante da offrire. Sarà una nuova avventura che non vedo l’ora di intraprendere. I gusti in fatto di food e cucina, in quel contesto, sono leggermente più “dolci”, per questo adatterò lievemente i miei piatti a questi sapori, mantenendo ovviamente la mia identità.

Credits: Robert Shami

Credits: Robert Shami

A Expo il suo chiosco si notava subito per le code infinite, tutti volevano mangiare da Oldani, il D’O è sempre overbooked, in TV le trasmissioni di cucina si moltiplicano. Ma allo stesso tempo tutti dichiarano di essere a dieta. Non c’è un’incongruenza di fondo?
Expo 2015 ha regalato all’Italia una visibilità pazzesca che si è trasformata anche in una credibilità sempre più forte sulle potenzialità del nostro Paese. E questo anche e soprattutto a fronte di  un tema come il cibo, che non è, come molti pensano, un fenomeno di tendenza o una moda. È invece cultura, una concretezza che tocca tutti, è una necessita per l’uomo. Per questo c’è e ci sarà sempre interesse nei confronti della cucina. Per i cuochi è una professione, i media ne parlano, la gente ne usufruisce: è positivo per tutti, ed è bello vedere che intorno al cibo si sviluppa un patrimonio di conoscenze sempre più forte. Del resto, più si parla di cucina più la si comprende e conosce, c’è più possibilità di capire, di approfondire e quindi di scegliere.
Il mondo della cucina raccoglie sempre più giovani talenti: quale consiglio darebbe loro?
Il mio consiglio è quello di credere sempre nei propri sogni e coltivarli, con la consapevolezza che quello dello chef è un lavoro a tutto tondo. Il problema che oggi le nuove generazioni devono affrontare è quello della disoccupazione, ma per la cucina è un momento d’oro: un domani noi  avremo sempre un mestiere che ci permetterà di lavorare.
Certo, per andare incontro alle poche offerte bisogna combattere e dimostrare di avere una marcia in più; questo vuole dire tanto sacrificio, capacità di adattarsi e soprattutto essere in linea con le mode e le tendenze. Ma tutto questo sforzo viene ampiamente ricompensato.


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