Arte

Intervista a Giovanni Fioravanti, per la Comunità della Conoscenza

Roberto Guerra
11 novembre 2014

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Il professore Giovanni Fioravanti, dalle pagine web dell’ancor recente giornale online Ferrara-Italia, a cura di Sergio Gessi, web press già atipica con poca cronaca e molta Kultur, promuove da tempo certa società o comunità della conoscenza, da Julian Huxley a Karl Popper, da Piero Angela alla comunità scientifica italiana in senso lato. Con lui abbiamo parlato di Ferrara, della nozione di “città della conoscenza” e di altre questioni rilevanti nel nostro panorama culturale.

Professore, McLuhan “divinava” in merito a villaggi elettronici; città d’arte come Ferrara, quindi non metropoli, potrebbero essere potenziali comunità della conoscenza, quasi un esperimento per scenari più macroscopici, almeno concettualmente?
La città della conoscenza non è un’idea mia, basta consultare il sito web delle Knowledge Cities per approfondire il tema. Proprio dal 23 al 27 settembre si è tenuto a Tallin, in Estonia, il settimo summit mondiale delle Knowledge Cities. Il fatto che nel nostro paese non se ne parli o se ne parli poco, sta a confermare il grande ritardo culturale che il Belpaese ha accumulato in merito alla cultura, ai saperi e ai diritti delle persone.
Non ci si può riempire la bocca di espressioni come “società della conoscenza”, obiettivo dell’Unione Europea, e non partire dalle nostre città e dalle persone che vi abitano. Sono le persone che determinano infatti il valore di una città, prima del suo patrimonio di memorie e di monumenti. Insomma, bisogna credere nel capitale umano insito in ogni singolo individuo: tutti noi dobbiamo pretenderlo.

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Professore, perché parlare di “città della conoscenza”?
La conoscenza è il faro che può illuminare il cammino della città postindustriale e postmoderna alla ricerca di una nuova identità.
Indica l’ambizione di migliorare la vita umana e il benessere individuale, ponendo l’elemento umano come base imprescindibile di ogni città intelligente.
Conoscere è tensione, è come la corrente elettrica – se questa manca nulla si illumina –, è il blackout della mente, della propria vita, di ogni cittadinanza.

Professore, si può indicare la scuola come culla della civiltà o del villaggio della conoscenza?
La scuola come luogo di partecipazione alla cultura della società a cui si appartiene mi sembra oggi, in un mondo globalizzato, una prospettiva angusta e sbagliata. L’ingresso nel villaggio planetario della conoscenza, in un villaggio che non cessa di espandersi e costruire, mi sembra invece l’obiettivo di ogni formazione. Ma bisogna stare attenti, perché rispetto a questo obiettivo è necessario difendersi dagli attacchi di una economia della conoscenza in funzione del mercato e del capitale che sempre più ha preso il sopravvento schiacciando persone, popoli, culture e tradizioni.
Ognuno di noi è “cultura”, poiché ognuno di noi tende costantemente alla propria ideale formazione, alla realizzazione di sé nel rispetto della propria autentica forma e natura. Ecco perché dobbiamo imparare e pretendere di vivere in città che siano sempre più “città della conoscenza”.

Intervista a cura di Roberto Guerra

Info: www.ferraraitalia.it/author/giovanni


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