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Intervista a Luca Nichetto: il figlio eclettico del design internazionale

Davide Chiesa
24 gennaio 2017

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Luca Nichetto riesce a coniugare la sua anima da designer italiano con una visione internazionale, molto legata ai cambiamenti sociali e con una forte influenza del design scandinavo. L’abbiamo incontrato per sottoporgli alcune curiosità e approfondire il suo mondo progettuale, ecco cosa è emerso dalla nostra chiacchierata.

Da dove viene il tuo primo impulso creativo per un oggetto? Camminando, leggendo, sognando?
In effetti è proprio così, non ho un impulso creativo definito ma per me la creatività può arrivare da un sacco di direzioni diverse; posso guardare un film o ascoltare una canzone o ancora leggere un libro. Penso che l’impulso creativo sia legato più alla curiosità della persona e che una delle doti principali per un designer sia quella di essere curioso. La curiosità ti porta ad esplorare diverse situazioni per cambiare la tua visione delle cose e più è grande il tuo background culturale più è facile attingere ad ispirazioni diverse per creare qualcosa che possa soddisfare le esigenze del progetto.

Sedie Motek – Cassina

Sedie Motek – Cassina

Come descriveresti il mondo progettuale di Luca Nichetto?
Quando affronto un nuovo progetto, è estremamente importante capire chi è l’azienda che ho di fronte, che tipo di network ha, quale sia il suo DNA e il suo know how… Su questa base vado ad adattare l’idea del progetto e il suo sviluppo. Ti faccio un esempio: se io lavoro per Arflex devo avere un tipo di approccio diverso da quello che ho per Cassina, nonostante entrambi facciamo imbottiti, perché hanno dei DNA diversi e come designer devi rispettarli per riuscire ad applicare quella che è la tua visione. Come designer forse sono un po’ romantico, mi piace questa idea del disegno industriale come si chiamava una volta, era molto più specifico ed io mi sento più un disegnatore industriale piuttosto che un designer.

Quindi raccogli l’eredità dei designer del passato come Zanuso, Mari, Sapper…
Io penso che il design sia esattamente quello, poi è chiaro che oggi ci siano tante altre sfumature legate al mondo del design che cambiano le cose, ma secondo me stiamo un po’ abusando della parola “design”; in un mondo dove tutto è design, in realtà non lo è nulla. Mi sento un designer italiano a tutti gli effetti e forse sono quello della mia generazione che lavora di più fuori dall’Italia, magari proprio per questo il mio approccio nei confronti delle aziende italiane risulta un po’ più globale e magari è quello che stanno cercando anche loro.

Scolapiatti Inception - Seletti

Scolapiatti Inception – Seletti

Ho letto che il progetto di Inception per Seletti è nato per caso nello studio di Stefano Seletti durante un incontro, è vero?
Sì, è vero, te lo confermo. Stefano è una persona che apprezzo tanto a livello empatico, ci siamo frequentati molto, abbiamo parlato molto e ci siamo divertiti spesso insieme. Mi chiedeva da tempo di collaborare con lui però io non riuscivo a immaginare qualcosa di Luca Nichetto nella collezione Seletti. Quel giorno sono andato trovarlo in azienda e c’era un modellino di Manhattan in stampa 3D che ha catturato la mia attenzione, mi è venuta l’idea di usarlo per inserire dei piatti o dei bicchieri, ma in un materiale più morbido, come il silicone. Stefano ha capito che stava nascendo un nuovo progetto e mi ha subito detto con entusiasmo: “Dai, facciamolo!”. Da lì è nato tutto quanto e, ad oggi, sono convinto che quel prodotto potevo realizzarlo solo per Seletti.

Come inizi a lavorare su un progetto? Come lo raffiguri la prima volta? Fai schizzi su un notebook, metti insieme dei materiali, scrivi appunti, descrivi il progetto?
Parlo, parlo, parlo con le persone e cerco di capire le esigenze, i mood, le obiezioni… poi passo allo schizzo, disegno assieme ai miei collaboratori e do degli input anche a loro per vedere come possiamo elaborare l’idea. Dallo schizzo a due dimensioni passiamo a dei modellini molto rustici per poi cominciare questo ping-pong tra il modellino e il disegno in 3D finché alla fine riusciamo a creare quello che è il progetto finale.

Servizio da caffè Sucabaruca - Mjölk

Servizio da caffè Sucabaruca – Mjölk

Uno dei miei progetti preferiti è Sucabaruca, mi racconti la sua storia?
Allora, Sucabaruca è nato in collaborazione con Mjölk e dei cari amici e colleghi erano stati a Toronto e sapevano della mia conferenza a Toronto all’IDS. Mi dissero di visitare assolutamente questo negozio perché avevano realizzato una collezione con un bricchetto per il latte e un piccolo vassoietto. Appena entrai John Baker mi riconobbe, John and Juli Baker sono due persone fantastiche, una coppia con figli che vive sopra la galleria in una casa fantastica, è il mio negozio preferito al mondo per il mix che riescono a creare tra Scandinavia e Giappone. John mi disse che sarebbe stato bello realizzare qualcosa insieme e, dopo il set per il latte, gli dissi che da italiano avrei potuto studiare qualcosa per il caffè.  La cosa più bella di questo progetto è stata quella di creare un team di persone internazionali sopra un concept, per realizzare un progetto funzionale con un’estetica funzionale ma con cromatismi vicini al post modernismo.

Tu vivi in Svezia. I luoghi possiedono ancora la loro energia intrinseca? Questo si riflette nel tuo design?
Sicuramente la Svezia ha influenzato il mio design…. La cosa più bella della nostra vita temporanea è che se vivi una certa epoca cerchi di prendere tutto quello che in quel momento ti dà e l’ambiente è un elemento fondamentale in questo processo. La Svezia è un posto molto particolare e questi modi di vivere li assorbi, li manipoli, li filtri e poi diventano un motore progettuale. Mia moglie è svedese, ha vissuto tanti anni in Italia e ha provato a vivere in Italia, ora è giusto che ci sia un cambio. L’Italia mi manca moltissimo e soprattutto Venezia che è una realtà molto particolare, però ora amo ancora di più le mie origini italiane, essendo lontano. Stoccolma è una bellissima città con tante qualità, ma no so dirti se sarà la mia città definitiva.

Contenitori Toshi - Casamania

Contenitori Toshi – Casamania

Qual è il tuo libro preferito?
“On the road” di Jack Kerouac è stato un libro che mi ha molto colpito nel periodo in cui l’ho letto, “Venezia è un pesce” di Tiziano Scarpa, che è una guida scanzonata dove si descrive una città da scoprire ma da veneziano, e poi “Da cosa nasce cosa” di Bruno Munari, che per me è una sorta di bibbia. Potrei però continuare all’infinito…

Il tuo piatto preferito?
Girando in ogni momento in tutto il mondo ho la possibilità di assaggiare qualsiasi tipo di cucina, il Kobe beef è quello che mi piace di più in assoluto, esotico spinto, un’esperienza unica.

Vasi Vetroidi  - Verreum

Vasi Vetroidi – Verreum

Qual è la tua vacanza perfetta e dove?
La mia idea di relax è quella di stendermi sul mio divano e non fare nulla. La dimensione domestica è quella più rilassante per me e anche la più ricercata, non potendolo fare spesso.

Qual è l’oggetto più necessario per te, di cui non puoi fare a meno per vivere?
La penna, quella per schizzare, Pilot 01, non me ne separo mai, è un’estensione della mia mano.

 

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