Advertisement
Musica

Intervista a Mick Zeni, primo ballerino alla Scala

Emanuela Beretta
14 gennaio 2013

I nostri incontri dedicati alla danza proseguono con Mick Zeni. Nasce a Verona, si diploma nel 1994 alla scuola di ballo del Teatro alla Scala. Oggi è primo ballerino e in questi giorni è impegnato nello stimolante ruolo di Padre Lorenzo in “Roméo et Juliette” di Sasha Waltz, produzione che ha inaugurato la nuova stagione di Balletti alla Scala.

Perché lei ha scelto di diventare ballerino?
Confesso che non è stata una mia scelta. Quando iniziai, all’età di sette anni, lo feci come una delle tante discipline a corredo di un ragazzo; la mia famiglia aveva scelto per me.
In seguito però, entrato alla Scuola di ballo del Teatro alla Scala, capii che questa era una professione estremamente stimolante perché calcare la scena di questo importantissimo Teatro mi faceva entrare in un mondo magico e vivere momenti indimenticabili.

Qual è il senso della danza?
Credo che arrivare a trasmettere un sentimento, o un’emozione, semplicemente attraverso la bellezza di un corpo armonioso o mediante la magia della musica, sia un’evoluzione dello spirito umano, un viaggio in noi stessi che porta a trascendere dal personaggio e aiuta a migliorare il nostro io più intimo.

Quali sensazioni prova quando è sul palcoscenico?
Sono invaso da una tensione e un’energia positiva che mi estrania dal mondo reale,     un impulso che stimola i miei sensi e mi consente di impersonare al meglio i molti personaggi che mi vengono affidati sperimentando emozioni uniche.

Quante e quali rinunce si devono fare per diventare un ballerino?
Il nostro corpo deve essere “costruito” e allenato a sopportare la fatica e il dolore causati dai movimenti estremi richiesti da un allenamento che varia dalle quattro alle sette ore al giorno. Iniziamo a studiare dai dieci anni fino ai diciotto, gradatamente dalle 3 alle 10 ore al giorno, per mantenerci costantemente allenati per il resto della carriera, che sfortunatamente si esaurisce intorno ai quarant’anni. Significa dedicare circa l’80%  del nostro tempo solo a questo impegno tralasciando tutto.

Qual è il ruolo che più le appartiene, che la rappresenta maggiormente e le ha dato più soddisfazione?
In generale apprezzo  i ruoli che mi permettono di sviluppare nella storia del balletto un carattere e danno spazio all’interpretazione, come “Romeo” (che ho ballato nella versione classica) e “Le Jeune homme et la mort” di Roland Petit. Entrambi hanno un enorme potenziale tecnico espressivo, anche se il secondo probabilmente mi ha dato più soddisfazione, forse anche perché sono stato scelto dal coreografo in persona, un  privilegio concesso a pochi.

Il ruolo del ballerino nella danza classica appare ai più un ruolo secondario. Esiste competizione nei confronti delle ballerine?
Questo accade perché inizialmente, nella storia del balletto, il ballerino ha avuto solo un ruolo di “porteur” della “Prima Ballerina”. Ancora oggi questo accade  nei “classici di repertorio”, perchè è posizionato dietro alla ballerina, per sostenerla e sollevarla. Nel tempo tuttavia il ruolo si è evoluto e diversi coreografi hanno concesso ai ballerini molto più spazio e visibilità, al punto da risultare essi stessi interpreti principali della storia.
In questo momento non credo si possa dire che i ballerini abbiano un ruolo di secondaria importanza. Basti pensare a Roberto Bolle e a quanto rappresenta per la danza in Italia e nel mondo.

Quali suggerimenti darebbe a un ragazzo che vuole intraprendere questa carriera?
Direi per prima cosa di formarsi presso una scuola di eccellenza, capire con autocritica se si hanno le doti e le caratteristiche fisiche adeguate e richieste da questa professione. Tanto impegno e determinazione per convincersi che, per quanto ciò possa a volte sembrare impossibile, con il duro lavoro e un’insaziabile  volontà di migliorare, prima o poi si raggiungerà il proprio obiettivo; per comprendere che quest’ultimo non si concretizza in fama e  ricchezza – troppo spesso predominanti oggi -, ma piuttosto nel riconoscersi una professionalità che permette di lavorare per, e con, tutti i coreografi e i teatri del mondo.

Grazie alla sua esperienza internazionale, che giudizio dà della danza italiana confrontata a quella in altri Paesi?
Purtroppo, con l’andare del tempo, la danza Italiana perde terreno nei confronti di altri Paesi. Basti pensare al consistente numero di compagnie internazionali esistenti e agli investimenti in strutture e produzioni per la danza che vengono affrontati all’estero.
Inoltre, seppur in Italia vi siano ottimi ballerini e coreografi, non si pone il giusto accento per supportare (tranne casi estremi) ed incrementare nuove produzioni utili domani all’intero “Sistema Danza”.
Da ormai più di vent’anni vedo gli artisti locali “combattere” all’ombra di ospiti stranieri senza evidenti motivazioni artistiche. Personalmente ritengo che si debba credere maggiormente nel nostro potenziale artistico e alimentare un supporto collettivo e meritocratico.

Quanto e come ha dovuto studiare per superare le difficoltà richieste a un ballerino che interpreta il Frate Lorenzo del “Roméo et Juliette” di Sasha Waltz?
Frate Lorenzo in questa versione è un uomo maturo, d’esperienza, un pacificatore e comunicatore tra le famiglie in conflitto, capace, consumata la tragedia, di dichiarare un disperato “mea culpa” per la morte dei giovani amanti.
Il ruolo deve essere ballato a piedi nudi e questo è stato il mio primo grande ostacolo da superare, poiché un ballerino di formazione classica non balla mai senza scarpette. Ho dovuto abituarmi gradualmente, nell’arco delle 3 settimane di prove di sala, e capire come distribuire il mio peso sui piedi, senza contorcere le dita nei passaggi veloci e strisciati a terra.
Inoltre, la coreografia va eseguita su una pedana con una inclinazione che varia dal  5 al 9%, appoggiata sul palcoscenico, con la particolarità di essere ruotata di circa 30° verso il pubblico. In questo caso, è stato necessario provare sulla pedana (fortunatamente montata in una sala prove fuori dal Teatro), prima di arrivare alle prove di scena.
Insomma, il tutto è in equilibrio perennemente precario, accentuato dal fatto che la coreografia richiede di essere portata al limite dell’out-balance (fuori equilibrio).
Devo confessare che all’inizio è stato frustrante non riuscire a “stare in piedi” nella bellissima coreografia di Sasha Waltz, quindi è scaturita una sfida personale con la forza di gravità che ritengo d’aver vinto! Una grande sfida con me stesso in primis e poi un’immensa soddisfazione!

Intervista a cura di Emanuela Beretta


Potrebbe interessarti anche