Fashion

Intervista a Riccardo Tisci: Givenchy’s American Dreamer

Alberto Corrado
16 settembre 2015
Photographer Danko Steiner

Photographer Danko Steiner

Per la prima volta nei suoi 63 anni di storia, l’iconico brand francese decide di sfilare a New York City durante la settimana della moda.

Il risultato è definito in un solo aggettivo che riecheggia tra le persone che escono dalla sfilata: indimenticabile.

Più che un semplice fashion show, infatti, quello mandato in scena dal binomio Riccardo Tisci e Marina Abramovic (sua amica e sua musa ispiratrice) è stata una performance tra arte e moda ispirata al tema di amore e condivisione. Con uno scenario di materiali riciclati, si sono esibiti quattro artisti che hanno interpretato canti spirituali di tutto il mondo. In un mix di lingue, litanie, musiche e preghiere che hanno accompagnato i pizzi e i ricami, le trasparenze per abiti, le liseuse e smoking dalla linea scivolata trattenuta improvvisamente e inaspettatamente da spille piercing o maxi catene metalliche. Per questa stagione, e in particolare per questa sfilata che celebra anche i suoi primi 10 anni come direttore creativo di Givenchy, Riccardo Tisci ha voluto presentare rielaborazioni straordinarie dei pezzi icona che ha creato nell’ultimo decennio. Bianco e nero, maschile e femminile, forza e fragilità, la disciplina del sarto e la delicatezza della lingerie coniugati mirabilmente insieme in una collezione fatta da contrasti sottili, ammalianti, totali.

I motivi di questa scelta sono raccontati in questa intervista dietro le quinte.

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Come mai trasferire la collezione Givenchy da Parigi a New York?

L’America è stato il primo paese ad avere creduto in me. Il grande successo di Givenchy è iniziato proprio qui per poi arrivare in Europa. E casualmente anche per il fondatore Hubert de Givenchy, il grande passo per il brand negli anni 50 non poteva che avvenire negli Stati Uniti.

Come vedeva l’America quando era adolescente e viveva nel Sud dell’Italia?

Per me l’America significava due cose: libertà di espressione e possibilità di dare una svolta alla propria vita. Sono molte le persone che sono arrivate dall’Italia e sono riuscite a fare grandi cose in America, persone che in questo paese hanno trovato il modo giusto per esprimersi. Questo è quello che io chiamo Sogno Americano.

E qual era dunque il suo sogno americano?

Il mio sogno Americano era esibirmi a New York…organizzare una sfilata tra la gente. Per questo motivo ho deciso che il mio show newyorkese avrebbe avuto luogo in strada, dove tutte le persone avrebbero potuto vederlo. I giornalisti e i buyers ti supportano e ti aiutano a costruire una storia di successo, ma la vera popolarità si ottiene in strada, tra la gente.

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Quali sono le immagini e i simboli americani che hanno influenzato il suo lavoro?

Bambi, la bandiera America e molti altri elementi che riflettono la cultura USA. Sono ossessionato dai simboli della cultura Americana: McDonald’s, Marlboro, Coca-Cola, Nike. Tutti brand importantissimi per la cultura mondiale.

Quanto è importante lo street style e la cultura di strada nell’aver influenzato la sua creatività?

Io vengo dalla strada e nonostante i miei successi, i miei continui viaggi e la fama che ho ottenuto, alla fine sento sempre la necessità di tornare alle miei origini. Tutto parte dalla strada, da qui prendono vita meravigliose espressioni: l’energia delle persone, il modo in cui si vestono e con cui affrontano la vita.

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E la cultura di strada newyorchese e americana?

La più forte cultura di strada è quella che si dimostra onesta, quella dove le persone non hanno paura di esprimersi dando poca importanza alle imposizioni della moda. Per questo amo molto la cultura di strada giapponese e quella inglese che tuttavia si manifestano in

maniera consapevole. Quello che apprezzo invece nella cultura di Strada Americana è il fatto che si dimostri per quello che è. Le persone scelgono di indossare quello che è giusto per loro: conoscono le proporzioni, i colori e i materiali e li sanno combinare perfettamente.

Un ricordo della prima volta che venne in America…

Avevo solo 19 anni, essendo un patito della musica, venni a New York. Erano gli anni 90, gli anni del Body & Soul, della musica house, dell’hip-hop. Il Rock stava finendo per lasciare il passo all’hip-hop e all’R’n’B. Ricordo che sono entrato in un club, mi sembrava di volare. New York rappresentava la libertà. Quando sono arrivato in aeroporto, ho subito pensato: “Verrò a vivere in questo paese un giorno!” .

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